Heroes #3: Gulasch rock e altre prelibatezze
Gli ungheresi Omega e il rock compagnone al di là della Cortina di ferro
Egyszer a nap úgy elfáradt, elaludt mély, zöld tó ölén. (Gyöngyhajú lány, 1969)
Dunque: estate 1992. Parto con i due amici fraterni Ferro e Donde su una Y10 alla volta di Budapest. Benzina a 600 lire al litro, autostrade scassate con la pericolosissima corsia centrale comune ai due sensi e Springsteen a palla nell’autoradio. Il viaggio è divertente e l’Ungheria bellissima e vitale: città eleganti, grandi mangiate, bicchierate di grappa di albicocca ma nessuna musica indigena. Niente, fino a un primo violento impatto di natura psichedelica.
Nell’agreste Bugač, abbioccato al sole dopo un’indigestione di porkolt innaffiato da birra ghiacciata, mi sveglio al suono della famigerata cetra ungherese, lo strumento che tutto il mondo conosce grazie al tema ossessionante de Il terzo uomo.
Rimango traumatizzato e, saturo del pregiudizio (e del porkolt), aspetto a lungo prima di farmi tentare di nuovo musicalmente. Sbagliando, perché da smaliziato delibatore di hard rock anni ’70, c’erano pronte ad aspettarmi diverse delizie, cafoncelle e coinvolgenti, non fosse per l’idioma magiaro: lingua di ceppo ugro-finnico, di origine incerta e di melodiosità paragonabile ai lamenti di un nazista ubriaco che prova a parlare in dialetto barese. Giuro: la sonorità è particolarissima, gutturale e allo stesso tempo morbida, e non è niente male.
La prendo un po’ larga: la rivolta del 1956, repressa mica tanto con le buone, concede però agli ungheresi una serie di libertà impensabili per gli altri paesi del blocco comunista. Sembrerà una stupidaggine, ma dove non arrivavano le banane (il desiderio ricorrente di generazioni cresciute oltre cortina) arrivano finalmente i juke box Wurlitzer e si diffonde il rock: il leninismo è affiancato presto dal lennonismo.
Da metà anni ’60 in poi proliferano i complessi musicali che partendo dall’imitazione delle star occidentali trovano poi anche una voce propria. Purtroppo Lenin non ha mai detto «il rock è il potere dei soviet più l’elettrificazione delle chitarre di tutto il paese» e la situazione degli altri paesi dell’est europeo non è paragonabile al boom ungherese, salvo forse per la Polonia, dove il timido indipendentismo di Władysław Gomułka spinge a emanciparsi dalle direttive sovietiche. In Romania il regime di Nicolae Ceaușescu concede qualcosa solo da metà anni ’70 in poi, in cambio di una forte impronta folk nazionale, che però arricchisce e rende originali le opere migliori degli Sfinx (Lume alba, 1975) e dei Phoenix (Cantafabule, 1975). Le cose vanno peggio in Bulgaria, con Todor Živkov per un po’ infatuato dalla rivoluzione culturale maoista, sinché sua figlia Lyudmila nel 1975 non diventa ministro della cultura, a 34 anni, e apre alla cultura occidentale. La liberalizzazione permette il successo di gruppi come i FSB che partono da cover delle Orme e della Premiata Forneria Marconi (!) per poi diventare una rinomata band internazionale (vinceranno un Grammy accompagnando José Feliciano, gli strani casi della vita). Ancor più difficile la situazione cecoslovacca, interessante e fertile fino alla Primavera di Praga e poi plumbea, con l’emblematico caso dei Plastic People of the Universe, nati dopo l’invasione delle truppe del Patto di Varsavia e poi sempre perseguitati, perché politicamente impegnati (ancorché, a parer mio, musicalmente ripugnanti, a metà strada tra Frank Zappa wannabe e l’incompetenza).
In questo panorama culturale, dove l’unica rockstar comunista è il curioso cantante country statunitense e residente in DDR Dean Reed, il caso ungherese è abbastanza singolare. Infatti prosperano dallo stesso albero genealogico diverse grandi band. Gli anni ’60 erano stati dominati dai Metro, un valido gruppo beatlesiano, ma sul finire del decennio era cominciata la storia degli Omega, cultissima rock band, nata beat, cresciuta hard, deviata glam e kraut. Dopo uno stop nel 1987 e una reunion nel 1994, assurgono al ruolo di autentico bene culturale magiaro, con una musica decisamente sui generis.
Gli esordi sono all’insegna di timidi vagiti pop non lontani da certo nostro ingenuo beat e c’è un coraggioso quanto disorientante tentativo di look hippie che ricorda più facilmente i vaccari della puszta. La musica però è buona e gli Omega — molto attenti a cosa accade oltre cortina —abbracciano un bel rockettone con Éiszakai Országút (1970, significa “strada statale del nord”, molto ideologico) dove c’è l’occasionale sequenza di accordi duri. I nostri eroi hanno facce serie, sono tutti laureati e sembrano vecchissimi per i loro neanche trent’anni: fare gulasch rock in un paese comunista non doveva essere per niente facile.
Pur lusingati dai discografici dell’occidente capitalista (dove sono distribuiti come Omega Red Star) e confortati da un discreto successo, la band decide di rimanere a casa e di recarsi in Germania solo per incidere, in doppia versione, inglese e ungherese.
Come in tutte le famiglie rock che si rispettano cominciano anche le defezioni, gli scazzi e le rivalse. Il compositore principale degli Omega molla tutti e forma i Locomotiv GT assieme a reduci dei Metro e l’idea è di sfondare all’estero (cosa che parzialmente avverrà, arrivando ad aprire per i Grand Funk Railroad in un tour nordamericano). I reduci stringono i denti, fanno loro la lezione dell’hard rock, si vedono censurare il quarto bellissimo album 200 évvel az utolsó hàború utàn (“200 anni dopo l’ultima guerra”, uscirà solo nel 1998) e licenziano l’ottimo Élő Omega (1972), un live farlocco (il titolo si legge Omega “live” ma è letteralmente “Omega vivente”, riferendosi alla natura dell’incisione ma anche al rifiuto di capitolare della band, provata da censure e fughe).
In questo periodo aiutano anche l’affermazione della curiosa e travolgente Sarolta Zalatnay, prima cantante pop con voce scartavetrata alla Janis Joplin, poi scandalosa donna di spettacolo tout court.
Siccome tutto il mondo è paese, anche gli Omega vanno dove soffia il vento e il quintetto abbraccia Pink Floyd e krautrock (lo splendido Csillagok Útján, 1977, “viaggiatore del cielo” e poi il più grande successo, Gammapolisz, 1979, 650mila copie in un paese di dieci milioni di abitanti, fate voi), indirizzandosi verso un prog fantascientifico, musicalmente colorato e inventivo, come del resto l’abbigliamento adottato: altro che Realismo Socialista… magari!
Qui siamo dalle parti di Spazio 1999, ma con meno gusto ancora. L’inconsapevole abiezione sartoriale non impedisce agli Omega di suonare in tutta Europa e Giappone, oltre che di diventare le uniche vere stelle (rosse) del rock, spendendosi in diverse tournée nei paesi fratelli.
Ovviamente i barbosi musicologi del decadente ovest hanno parlato di ritirata nel disimpegno (senza magari considerare la gioviale polizia politica… son sempre tutti ultra rivoluzionari i critici da poltrona) e in effetti dischi degli Omega, dagli ’80 in poi, non riservano grandi sorprese, ma sono sempre solidi e affidabili.
Loro sono ormai diventati l’establishment musicale dell’Ungheria assieme agli amici/rivali dei Locomotiv GT, al punto che quando il gruppo di giovinastri Beatrice aprirà per loro, la cosa sarà considerata un tradimento gravissimo dal nascente e clandestino movimento punk.
Vabbeh, alla fine gli Omega sono diventati i Pooh magiari e sono andati avanti a incidere dischi ancora fino al 2020. Nel 2021 il sipario: dopo la morte del bassista Tamás Mihály, del tastierista László Benkő e dell’estroso cantante János Kóbor, i superstiti storici Ferenc Debreczeni (batteria) e György Molnár (prodigioso chitarrista) hanno gettato la spugna optando per una meritata pensione. Sono stati in giro per oltre cinquant’anni, prima irsuti e poi pelati, sempre comunque in forma e celebrati da concerti trasmessi con audience stratosferiche dalla tivù ungherese: forse tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia, ma non si spiega come mai, anche nelle più accurate biografie loro dedicate, mai si faccia menzione della loro partecipazione al Rostock Traumfest.
La si riteneva ormai una leggenda, perché non corroborato da alcuna prova documentale, ma il festival di Rostock si tenne sul serio: qualche anno fa un archivio moscovita ha svelato la perla più rara, le riprese audio e video dell’unico raduno rock avvenuto nella DDR, il Rostock Traumfest dell’agosto 1974, appunto.
L’Ostalgia imperante in Germania ha incentivato la produzione di un bel documentario che ci racconta il festival “da sogno” che si tenne nella fattoria modello Engels, a pochi chilometri dalla città baltica; un film ricco di testimonianze e buona musica, già presentato in diverse mostre cinematografiche.
Le traballanti riprese della Mosfilm sovietica - realizzate chissà se con intenti censori o celebrativi - ci mostrano quello che potrebbe sembrare un comune raduno rock occidentale, se non fosse per alcuni particolari significativi: nel pubblico ci sono capelli più corti, ma basette e baffi molto più folti. Non si vedono esplicitamente droghe, ma le interviste raccolte raccontano di ettolitri di vodka di patate polacca e di un leggendario gulasch corretto all’LSD. E dalle immagini si comprende perché l’atmosfera fosse così cordiale.
Accorsero quasi diecimila persone, di cui la metà almeno al servizio della Stasi, premurandosi di controllare l’altra metà in un curioso gioco di sguardi reciproci. Gli irreprensibili ingegneri tedeschi democratici avevano approntato un rivoluzionario stage rotante che però si ruppe al primo cambio palco. La praticità dei compagni teutonici risolse facendo spostare direttamente il pubblico dietro il palco, tutto senza il benché minimo incidente.
Le immagini di Woodstock dovevano essere comunque filtrate a Est, perché da un’altra sequenza molto pittoresca si può notare da parte dei giovani una certa voglia di emulazione. Quando viene giù una grandinata con chicchi che sembrano noci di cocco, i ragazzi - memori del no rain! del film di Michael Wadleigh -, se li pigliano in testa ballando allegri al canto di “bitte, kein hagel!” (per favore, niente grandine!).
E quando la furiosa grandinata termina, ecco le classiche corse nel fango. Cioè letame erroneamente ritenuto fango (è la parte più divertente, ancorché imbarazzante, del film).
A causa del concerto anche a Rostock ci fu un leggendario ingorgo nel traffico (coinvolte decine di Trabant, diverse Lada e pure una Prinz verde, tua) e gli artisti arrivarono sul palco grazie a dei carri armati T34 davanti ai quali la folla si apriva miracolosamente come il Mar Rosso. Il cast del festival era sicuramente di livello: a fianco degli indigeni Pantha Rei e Puhdys, parteciparono i polacchi Niebiesko-Czarni, i cecoslovacchi Katapult, la sorpresa dei tostissimi croati Drugi način (cui ben si attaglia il noto proverbio jugoslavo Chissà il croato cosa tiene in serbo), oltre ovviamente agli headliner della serata, gli Omega, di cui vi ho già detto e che qui potrete vedere e ascoltare al top della forma.
In attesa che questo splendido documentario venga distribuito anche da noi, non ci resta che festeggiare con un’aringa marinata, brindando - come avviene più volte nel film - con una deliziosa Vita Cola: lunga vita al rock dei compagni!
Da vedere:
Rostock Traumfest ’74 (2011)
Da ascoltare:
Omega: 200 évvel az utolsó hàború utàn (1972), Csillagok Útján (1977) Gammapolis (1979); Locomotiv GT: Locomotiv GT (1971)
Da leggere:
Rock Around the Bloc di Timothy W. Ryback (1990), Rock oltre cortina di Alessandro Pomponi (2016)
(Questo articolo riprende e aggiorna un pezzo precedentemente uscito per Carmilla On Line)
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Se ti va, beh, allora…
Qui altre robe mie, metti che:





