Intolerance 2025
Adolescence, L'arte della gioia, The Substance e le mie reazioni allergiche
Adolescence di Jack Thorne, Stephen Graham e Philip Barantini, Gran Bretagna 2025
La serie evento di questi primi mesi del 2025 esce su Netflix e – boom! – tutti a parlarne estasiati, a magnificarla prima degli altri, a profondersi in lodi esaltate, in grida al miracolo, in ululati orgasmici. Sui social c’è chi proclama trattarsi della migliore serie di sempre, in una gara iperbolica a chi la spara più grossa, e magari è gente che non solo non ha visto Heimat ma neanche una stagione di Breaking Bad, Sopranos o The Americans. Tutto d’un botto il buon selvaggio che alberga nello spettatore medio scopre il piano sequenza e non dico di andare a cercarvi chi siano Michail Kalatozov e Miklós Jancsó o semplicemente vedervi L’infernale Quinlan, non sia mai che è roba in bianco e nero e magari vi prende un colpo apoplettico pensando che si sia rotto il televisore, ma magari per non scendere dalla montagna del sapone basterebbe aver visto – a colori – gli incipit di Boogie Nights o al massimo di Athena (che è proprio su Netflix, dài, facile). Mado’, mi fate diventare classista e poi mi vengono i complessi di colpa e mi sogno Pol Pot che mi ammonisce severo, maledizione. E leggo anche corsivisti matusa che vengono a conoscenza di parole ignote come Incel o Manosphere da cui trarre pensosissimi elzeviri allarmistici, indignati e sbigottiti sul mondo giovanile, sulla distanza tra genitori e figli, sul fallimento educativo scolastico, sul pericolo di Internet, invocando il divieto subito dei cellulari e di quei terribili videogiochi sparatutto. Io impazzisco! Okay: mi calmo. Dunque: la miniserie consiste in 4 episodi che ci raccontano di un omicidio maturato in una scuola media inglese e consumato in un parchetto: un tredicenne, Jamie, accoltella a morte una coetanea per motivi che pian piano verranno a galla (insomma). Netflix definisce Adolescence un thriller, in realtà è un racconto drammatico abbastanza statico, affidato perlopiù a confronti dialogici. Nel primo episodio c’è l’arresto del ragazzino (con irruzione in casa che neanche quando hanno fatto secco Bin Laden, ma vabbeh). Nel secondo si racconta l’ambiente scolastico brodo di coltura dell’omicidio. Nel terzo assistiamo a un colloquio tra il giovane detenuto e una psicologa e nel quarto episodio si racconta un’ora di vita familiare a un mese dal processo, con rese dei conti, incrinatura della fiducia, ammissioni di colpa, consolazioni reciproche e crolli nervosi. L’ultima scena, a seconda di come avete preso la serie, può risultare veramente commovente oppure molto ridicola: il padre di Jamie, nella cameretta del figlio, una cameretta vissuta evidentemente ancora da un bambino, indeciso se assolversi o ritenersi responsabile, bacia un orsetto di pezza e dichiara disperato: “Mi dispiace ragazzo, avrei dovuto fare di meglio!”. Io boh. Cosa posso dire? Adolescence a me ha abbastanza irritato e ha contribuito l’aspettativa tradita e il clima di esaltazione di chi l’ha invece apprezzato e siamo d’accordo che l’hype e l’entusiasmo altrui non dovrebbero entrare nella valutazione. L’ho trovata una serie molto astuta nel riferirsi a diversi temi che sentiamo tutti di capitale importanza (temi individuati da Netflix e poi proposti a chi la serie l’ha realizzata). Ma questi temi vengono messi semplicemente sul piatto, senza particolari approfondimenti, e poi s’è scatenato un putiferio, grazie a un ottimo lavoro di promozione. Però, ecco: il contenuto? Se metti in scena una situazione estrema, non paradigmatica ma eccezionale, non spieghi nulla di un fenomeno, posto appunto che poi il fenomeno esista in quei termini: infatti la storia è ispirata sì alla realtà inglese ma enfatizzata, perché questi reati sono da un lato in regressione e comunque non sono mai avvenuti con protagonisti così giovani, neanche lontanamente. E da come si sviluppa, Adolescence non mi pare molto credibile: siamo praticamente nell’esoterico. Il mistero dell’adolescenza rimane appunto un mistero: non mi aspettavo chissà quali rivelazioni ma qui non c’è una particolare chiave interpretativa per individuare la frattura generazionale, se non che i traumi si tramandano di padre in figlio, ripetendo gli stessi errori, e manca la comunicazione (come esemplificato anche dal rapporto tra il poliziotto illuminato dal figlio su cose che, boh, immagino che un tutore dell’ordine dovrebbe sapere… voglio dire: le so io, eddai!). I dialoghi hanno una pretesa di quotidianità e l’uso del piano sequenza totale, dal primo all’ultimo fotogramma di ogni episodio, dovrebbe concorrere ad aumentare il realismo percepito, diciamo, e anche questa scelta registica nasce da un’esplicita richiesta di Netflix che vuole sempre qualche particolarità tecnica che dia un sapore diverso. Ma da un punto di vista narrativo mi sembra che limiti il racconto al posto di potenziarlo. Io sarò cacacazzo ma ho trovato tutto molto scritto, poco verosimile e spontaneo, proprio come la scelta di filmare senza staccare mai, senza montaggio: una dimostrazione di virtuosismo che mi pare gratuita e oltretutto inefficace perché nega la sintesi del racconto e dilata tempi che si vorrebbero credibili e non lo risultano per nulla. Ovviamente si può ammirare l’innegabile capacità tecnica e organizzativa nell’orchestrare questo flusso visivo ininterrotto, ci mancherebbe, ma ho conosciuto anche gente che ha costruito un transatlantico in miniatura con dei fiammiferi... e quindi? A che pro? In Adolescence mi pare tutto fuori scala, poco credibile (un tredicenne, plagiato dalla misoginia on line, uccide una ragazzina perché si sente brutto e preso in giro? Maddai, su). E non mi piace neanche questo uso strumentale del femminicidio, sfruttato come ulteriore argomento che possa avere presa sul pubblico, banalizzato, al punto che della vittima e del suo mondo non sappiamo nulla, a parte una testimonianza frettolosa di un’amica, ascoltata per dovere professionale: l’attenzione è tutta verso il colpevole e i suoi familiari. Poi, certo: è sicuramente clamorosa l’adesione attoriale che trasforma la serie in una prova superba di teatro filmato (il piccolo Owen Cooper e il padre Stephen Graham sono effettivamente eccezionali in un cast comunque di altissimo livello) e il terzo e il quarto episodio, in crescendo, sono inappuntabili come dinamica e interpretazione generale. Però, ripeto, a me manca il progetto complessivo. Avrei voluto un plot meno rarefatto e dei personaggi con uno spessore: i genitori spersi, l’avvocato ottuso, gli investigatori smarriti, la psicologa esterrefatta e pure il piccolo Jamie – cucciolotto adorabile e cattivo – sono tutti monodimensionali, senza alcuna profondità, senza evoluzione, al di là della gestione drammaturgica dei singoli episodi. Alla fine abbiamo un vaghissimo atto d’accusa al mondo brutto brutto che viviamo, a livello da discussione da bar, e una generica lamentazione dell’incomprensione tra i giovani e gli adulti che non vedono i potenziali assassini maschi che hanno cresciuto. Adolescence però non dovrebbe essere un saggio antropologico. Certo, lo so. Ma secondo me tradisce anche la sua natura di prodotto d’intrattenimento: promette e non mantiene. Illude soltanto. Nel dibattito che poi si è scatenato, per fortuna ho letto anche analisi informate interessantissime: quello che Adolescence avrebbe potuto dirci è stato esplicitato da veri esperti in materia come da (alcuni, pochi) corsivisti, mentre tanti wannabe da social si/ci scottavano con l’acqua calda appena scoperta e questo dimostra certamente la bontà dell’intuizione (o della sua imposizione da parte di Netflix, in un caso esemplare di agenda setting). Ma un’intuizione non è una serie. A dispetto del titolo, Adolescence non dice nulla dell’adolescenza, del bullismo, del maschilismo a tutte le età e delle sue conseguenze drammatiche (come appunto il femminicidio, bypassato con agilità, alé) e sorvola poi maestosamente sul disagio attuale ancora figlio del Covid: non sia mai che venga evocato che poi la gente non vede la serie, eh. Mah: Cacace molto perplesso. (Marzo 2025)
The Substance di Coralie Farget, Regno Unito/USA/Francia 2024
Un film dell’orrore che non fa paura, no, fa schifo. Ulteriore esempio – ormai è un’epidemia – di serie e di film per cui c’è un’idea, un pitch, un tema (qui l’eterna giovinezza, il corpo femminile perfetto, lo sguardo maschile egemone che induce a sbarellare la donna che invecchia etc. etc. e bla bla bla) ma non l’esito artistico. Ho trovato The Substance didascalico, cinematograficamente gelido, con un perfezionismo della messa in scena senz’anima e rimandi a cazzo di cane a Freaks, Francis Bacon, Carrie, Elephant Man, il macellaio sotto casa, Frankenstein, Cronenberg, Yuzna e pure Il ritratto di Dorian Gray, così facciamo vedere che abbiamo letto qualche libro: una corsa verso l’abisso cinematografico, compiaciuta, venduta come estrema e coraggiosa. Costato 17 milioni di dollari (che spesi così per me equivalgono a un crimine), leggo che a Cannes al film è stata riservata una lunga ovazione e alla regista – al posto di spedirla in Siberia a ripensare ai suoi peccati spaccando il ghiaccio – è stato dato invece un premio per la sceneggiatura (MA QUALE? Questo script lineare e prevedibile? Ma porco cane maledetto). Leggo anche giovani critici che esaltano la pellicola e il genere body horror ed evito di bestemmiare anche su Word dopo averlo fatto ripetutamente a voce. Oh: c’è gente che beve boccali di urina e ne decanta le doti depurative, chi sono io per giudicare? Ma veramente non capisco come si possa considerare interessante e sincero un film stilizzato oltre l’inverosimile, che annulla e distrugge ogni legittima e possibile riflessione reale sul corpo della donna. Nessuna ambiguità, nessuna sfaccettatura, un mondo reso cartone animato, finto. E uno svolgimento esattamente come ti aspetti, piatto, senza asperità. L’unica originalità è nell’innalzare progressivamente la posta dal punto di vista visivo, mettendo in scena l’intollerabile, ma senza ironia, senza rabbia, senza sottigliezze, senza uno sguardo politico: solo pura rappresentazione superficiale che – amore mio – abbiamo già visto 30 anni fa, magari con una fotografia meno bella ma almeno con un pensiero dietro e non un paravento ideologico fasullo. The Substance, inoltre, è portato all’eccesso anche nella durata, immotivata se non nella ricerca del fastidio: c’è sembrato brutto come la corruzione della carne (e del cibo) che mette in scena. Bleah. (28/3/25)
L’arte della gioia di René Ferretti, ah no, Valeria Golino, Italia 2024
Non so se questa serie sia cominciata in una maniera e poi sia stata cambiata in corsa ma i primi due episodi mi lasciano sbigottito, con una regia che non mi spiego, tante sono le incoerenze fotografiche, di montaggio, recitative, anche scenografiche, con un convento metà in centro Italia e metà in Sicilia, e si vede eccome, tra mattoni incongrui in mezzo alla pietra lavica. Allora (CONTIENE SPOILER): si narra di Modesta (Tecla Insolia), bimba contadina e selvaggia, rimasta orfana, che finisce in un convento e cresce come novizia, innamorandosi ricambiata della madre superiora, Eleonora (Jasmine Trinca). Il feuilleton è sbracato e telefonato, con didascalismi narrativi e scelte registiche che mi sembrano a metà strada tra una soap e un dramma conventuale sexy anni Settanta, con primi piani da fiction turca e scene d’azione più consone a uno Z movie (con l’apice del momento cringe quando Modesta ammazza Eleonora, maro’ che roba!). La cosa che più lascia basiti è la fotografia. Uso “basito” non a caso e anche se il DOP Fabio Cianchetti non smarmella io penso tutto il tempo: “Vi vedo verdi” (Duccio di Boris docet). Perché tra nebbie improvvise a Catania e dintorni, vapori incongrui e lampi accecanti di sole, la dominante è sempre un verde bottiglia incredibile, sorpassato solo dall’improvviso blu Avatar di un controluce sul volto della Trinca. Una cosa impensabile se non imputando lo scempio a chi ha fatto la color correction perché se no non si spiega. Da bertolucciano ricordo Cianchetti direttore della fotografia di The Dreamers e di Io e te (in modo non particolarmente memorabile) ma, insomma, è uno che ha mestiere da vendere e una carriera che lo dimostra. E invece la resa in tivù è da non crederci. Non scherza neanche la direzione attoriale con la Trinca che lascia stecchiti per minimalismo ai limiti della paresi espressiva, in mezzo a un cast in cui spicca per bravura la sola Insolia (ha vinto il David), e altri invece che paiono in preda a balli di San Vito o immoti con sguardi bovini ruminatori, roba che pensi: adesso entrano in scena Gabriel Garko e Manuela Arcuri. E non sfigurerebbero! Vogliamo parlare dell’audio? È un consueto problema produttivo del cinema italiano ma qui siamo oltre: Valerio Golino è da sempre la regina galattica della dizione smozzicata a volume impercettibile e non le sarà sembrato vero di poter dirigere un cast intero in un convento, cosa che autorizza dialoghi sussurrati, rubati, con impennate dialettali e parole apocopate, tutto al limite dell’inudibile. Mettiamoci poi un montaggio insistito e scoordinato, con transizioni temporali abbastanza sconcertanti e il plus delle inquadrature di passaggio, fisse, sul convento o sulla torre campanaria, come in un telefilm degli anni Settanta. Insomma: una cosa che mi lascia a bocca aperta. Poi dal terzo episodio le cose per fortuna cambiano. Un pochino. Comunque Modesta lascia il convento e va a vivere nella residenza di una principessa, Vittoria Bruni Tedeschi, leggermente più sedata del solito e nell’ennesimo ruolo identico a tutti gli altri: sé stessa ma stavolta in costume tardo ottocentesco. Comunque apprendiamo che Eleonora era figlia sua e Modesta teme che venga scoperto che l’ha assassinata lei. Ma ci sono altre sorprese in serbo, come il ragazzo mostruoso rinchiuso ai piani alti del palazzo, frutto di sesso proibito, una virata degna de La bella e la bestia. Ora, intendiamoci: non che dal terzo episodio le serie mi paia pregevole, ma almeno la costruzione sembra sensata e la regia pare essersi ammansita, salvo ancora qualche sbandata qui e là. Anche la fotografia migliora sensibilmente: negli interni del palazzo nobiliare Brandiforte vengono fuori colori e atmosfere. E cosa succede dal quarto episodio in poi? Beh, la narrazione da romanzo d’appendice continua ma con delle contrazioni cronologiche abbastanza ridicole, con i personaggi che hanno cambiamenti repentini e poco motivati, condensando evidentemente una materia romanzesca più ampia. Dal punto di vista registico e attoriale continua un saliscendi che trovo poco coerente ma il romanzo da cui la serie è tratta gode di una fama intoccabile e non so (né saprò mai) quanto la trasposizione (qui parziale) lo abbia tradito o banalizzato. Dopo 18 anni di tentativi, L’arte della gioia di Goliarda Sapienza uscì per Stampa Alternativa negli anni Novanta, in diverse edizioni, e solo negli anni Zero ha avuto una consacrazione letteraria con Einaudi (vedi tu il razzismo editoriale). Detta male, è diventato una sorta di manifesto libertario femminile, con una protagonista che si emancipa senza esclusione di colpi nella società patriarcale, clericale e maschilista all’inizio del secolo scorso. Modesta – violentata dal padre da bambina – ammazza e trama intelligentemente per la sua libertà ma anche per autodifesa, gelosia o insoddisfazione. È calcolatrice, passionale, sensibile, ha fame di conoscenza e di sessualità e non vuole obbedire alle regole imposte dagli uomini. È un bel personaggio, complesso, intenso, ideale per chi vuole – di questi tempi – intrecci buoni adatti al generico femminismo da salotto, con l’abbonamento Sky. O forse no, non sono io a doverlo dire, e in fondo la narrazione funziona, perlomeno non peggio di tante tavanate americane o inglesi che ci beviamo come dei boccaloni. In più lo spettatore maschio ottuso (che alberga anche in me, ovvio) è tenuto sveglio da un bel po’ di sesso, con la sorellanza che si confonde in escursioni lesbo soft. Boh, m’è passato, ha delle qualità (la Insolia, sicuramente, il ritmo e il brano musicale Parola sui titoli di coda che è magnifico e che purtroppo non viene invece usato altrove). Ma in questa serie presentata a Venezia 2024, e che è – alla fin fine – una fiction che mi sembra girata e pensata così cosà, io ci trovo tutta la sciatteria del cinema italiano. Sbaglierò io, speriamo. (Maggio 2025)
Se ti va, beh, allora…
Qui altre robe mie, metti che:




