Heroes #2: Lemmy
No Sleep 'til the End of Time
Pic by Michael Putnam
Dieci anni fa, il 28 dicembre 2015, colpito da un maledetto tumore alla prostata, ci salutava con la sua inconfondibile voce scartavetrata l’altrimenti ritenuto immortale settantenne Lemmy, uno dei numi tutelari di quella musica in via di sparizione che è il rock. Certo, diversi appassionati vi diranno che il genere è ancora in ottima salute, tra fusioni e meticciamenti, e non dico di no, esce ancora roba interessante, ma il rock che era la musica che univa i giovani di tutto il mondo ora non c’è più. Niente unisce più nessuno, neanche pop e rap, e i vecchi rocker sono ormai divinità di un culto remoto i cui giovani fan sono degli eccentrici, marginali nel dibattito. Come tutti.
Io non ero un devoto particolare della musica di Lemmy, lo ascoltavo come tutti quelli della mia generazione, più o meno incidentalmente. Spesso cercavo quella botta adrenalinica di certe sue sveglie in mezzo ai denti, e non faceva male, anzi. Perché Lemmy era un feticcio in cui credere, uno degli ultimi irriducibili che ammiravamo per la testarda attitudine a vivere il rock n’roll nel modo più libero e onesto che fosse (ancora) possibile.
Era universalmente conosciuto come Lemmy ma era nato Ian Fraser 80 anni fa, la vigilia del natale 1945, da un reverendo farfallone che lo aveva abbandonato ancora in fasce alla madre. Probabilmente non era un caso che uno dei suoi primi gruppi, come chitarrista, si chiamasse Rockin’ Vicars, band che durò poco ma che gli diede la soddisfazione di cenare con il mondano e ineffabile maresciallo Tito (!) durante una rocambolesca tournée in Jugoslavia a fine anni Sessanta. Poi Lemmy si barcamenò facendo il roadie per Jimi Hendrix e per Keith Emerson (quando era nei Nice: gli regalò i pugnali con cui accoltellava l’Hammond). Con siffatto curriculum – dopo la parentesi negli psichedelici Sam Gopal, garage rock con tablas – Ian si diede al basso negli acidi e spaziali Hawkwind, cantando anche la quasi hit Silver Machine. Di questo periodo si ricordano anche la sua morte apparente per diverse ore, causa ingestione di droghe, e per essere stato a letto con le compagne di tutti i membri della band. Che a un certo punto lo licenziarono, dopo un arresto al confine col Canada per il possesso di sostanze illecite. E allora Lemmy si dedicò finalmente alla sua paciosa creatura definitiva, la rombante “testata del motore”, i Motörhead, un successo pressoché immediato: piaceva ai nichilisti punk (“Anche se avevamo i capelli lunghi!”), ai fan del nascente heavy metal britannico e anche ai biker in preda alla fattanza da solfato di metamfetamina, tutti uniti dal rifiuto del presente. Rivendicava un rock ‘n roll suonato duro, spedito e cattivo, con un basso percosso come una chitarra ritmica e a volume insostenibile. Fumatore accanito, in cinquant’anni di carriera e decine di album, Lemmy ha mangiato sostanze psicotrope come bon bon, s’è tirato qualche chilometro di anfetamine e i suoi reni hanno filtrato tanto bourbon da riempirci una piscina olimpica. Ma non era mai in hangover perché il suo segreto per non avere la sbornia era non smettere mai di tracannare alcolici. Del resto era un essere umano composto per due terzi da alcol e l’unica acqua che incamerava era dovuta ai cubetti di ghiaccio che metteva nei drink (e la verdura era limitata solo alle patatine all’aceto).
Ma non era importante, tanto aveva dichiarato che lui avrebbe sempre avuto 24 anni, nonostante una splendida faccia da schiaffi solcata dalle rughe, con basette importanti e due vistosi porri sulla guancia sinistra, mai toccati, neanche per le prime pagine delle riviste musicali. In fondo, che gliene fotteva?
Avrei dovuto intervistarlo a Los Angeles per Rolling Stone ma gli impegni televisivi mi avevano impedito di partire (altri tempi: il pacchetto pagato da un’etichetta discografica prevedeva viaggio, ospitalità ed en passant anche un’intervista a David Coverdale, maledizione!). Mi ero accontentato di recensire la godibile autobiografia intitolata White Line Fever che qui da noi qualche geniaccio aveva poi scelto di tradurre come La sottile linea bianca: sottile!? Ma non scherziamo! Tra invettive e atti d’amore nei confronti di giornalisti, groupie, promoter, musicisti, droghe e alcol, si poteva scoprire la cinica filosofia del nostro eroe, un gentleman, molto colto per quanto autodidatta, leale, integro. Lo zio biker un po’ picchiatello che tutti avremmo voluto avere, quello che non si arrendeva e continuava a combattere le sue battaglie, con grande ironia, nessuna autoindulgenza e qualche soddisfacente vittoria, tra figli sparsi per il mondo (lui ne conosceva uno, ma chissà) e la passione (solo estetica) per i cimeli del Terzo Reich.
A settembre del 1988 ero a Londra e praticamente ogni giorno spendevo nel negozio HMV di Piccadilly Circus i soldi che guadagnavo facendo volantinaggio fraudolento (spacciavo il mio inglese come imparato in pochi giorni in una scuola locale). Una volta mi trovo ingabbiato in un percorso obbligato tra gli espositori dei dischi e cammina cammina arrivo davanti a lui, scazzatissimo dietro una scrivania, in attesa di fan cui firmare copie dell’allora recente live album No Sleep at All, sorta di seguito del fantastico No Sleep ‘til Hammersmith del 1981. Non c’era nessuno in fila e anch’io ero passato facendogli giusto un cenno: in quel periodo ero solo Clash, Creedence e Bruce, eh, che peccato.
Lemmy ha attraversato (abbastanza) indenne mode, trend e nuove ondate: era un “classico” fin dagli esordi, fedele solo all’ideale rock di velocità e sballo ma anche alla sua coerenza, senza compromessi. Addormentato davanti a un videogioco, ci ha lasciato senza che lo vedessimo mai sconfitto.
Prima di pubblicare questo pezzo l’ho condiviso con Riccardo, l’amico fraterno per il quale Lemmy è stato veramente un caposaldo esistenziale e le sue parole mi han fatto capire meglio quale importanza abbia avuto per tanti heavy metal kids durante gli anni Settanta ed Ottanta. Mi ha invitato a riascoltare Ace of Spades e li c’è tutto: “dimmi se ti viene in mente qualcos’altro di ugualmente potente, ruvido, immediato, primordiale, autentico, profondo, essenziale e libero. Mi commuove, innesca una risonanza, accende qualcosa nell’anima. Quando sono così - vulnerabile ma presente a me stesso - riesco anche a rimettere in ordine le cose della vita, a pesare quelle importanti e a distinguerle da quelle che non contano. La musica è questa cosa qui. Lemmy era questa cosa qui”.
Se ti va, beh, allora…
Caso mai il capodanno fosse scarico, qui ci son tante altre cose da leggere:




Pezzo scritto col cuore, col cuore leggero. Sono particolarmente legato a Lemmy, non tanto come artista, anche se credo che avesse una voce pazzesca, quanto perché Lemmy era particolarmente legato a John Entwistle, per il quale io ho una ammirazione che sfocia nel patologico, e con il quale Lemmy era amico e fan, e aveva diviso con lui molte delle sostanze che hai citato nel pezzo e che poi se lo sono portato via troppp presto. Lemmy disse, volevo essere come lui, ma il posto era già occupato. Mi piace pensare che da qualche parte stiano condividendo ancora qualcosa, su un bel divano di pelle.
Pezzo bellissimo!