Umiliati e offesi #1 (2013)
Storia di una monaca di clausura, La grande estasi dell’intagliatore Steiner, Matalo!, Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno, Reality, Kill the Referee
Dedicato a Valerio Evangelisti, Magister, 1952-2022
Storia di una monaca di clausura di Domenico Paolella, Italia 1973
Come finisco a vedere un film così? Dunque: sabato lavorativo pesantino e serata libera perché Barbara ha una festa con dei colleghi e io son troppo distrutto per mantenere il mio standard di affabile conversatore che racconta i fattacci della tivù e dell’universo mondo. Per cui, dopo frugale cena a base di chips, spianata calabra e Lemonsoda vietatissime dal mio regime antigastrite, scelgo con consapevole senso del proibito l’altrimenti a me indifferente Storia di una monaca di clausura. Ne ho letto da qualche parte in Rete, credo su un sito inglese, dove se ne lodava la superba confezione (e in Rete vale tutto, scrive chiunque, lo so: lo faccio pure io). Siccome mai ho frequentato certe latitudini cinematografiche arrischio la visione di un film definito “commedia erotico-conventuale” (ahia) e firmata da un regista prolificissimo e dalla mano (quella libera, verrebbe da dire) di sicuro mestiere. Siamo dunque in pieno Seicento: Eleonora Giorgi è Carmela, di nobile schiatta e sposa promessa già da bambina. La virginale adolescente ama ricambiata tal Giuliano e rifiuta il matrimonio di interesse con un altro nobile scelto dai genitori interessati. Per non essere disonorati i familiari la mandano in monastero di clausura e lì son cazzi, metaforici e reali, tra prigionia, regole severe, sorelle stronze e altre vogliose. Al 15° del primo tempo arriva la prima capezzolata, in un film altrimenti più allusivo che grafico. Poi Carmela si fa 30 giorni di purificazione, una sorta di 41 bis ma più cattivo, ed esce vagamente scossa. Si ristabiliscono i rapporti di potere e lo schema è semplice: nel monastero le giovani e belle novizie si guatano vicendevolmente con la bava alla bocca e appena possono si sfiorano, facendo scintille. Le monache vecchie e laide invidiano queste giovani allupate e gli rendono la vita un inferno. Per cui c’è un po’ di nascosta lussuria e un po’ di esibita crudeltà, come la flagellazione della Giorgi a metà film, annodata come un salume in un porno SM e il corpo nudo teso col crocifisso al collo. Mah! Catherine Spaak era bellissima, lo sappiamo, e qui è la vaporosa e tizianesca suor Elisabetta mentre Umberto Orsini è l’amante virilone e perverso. Tra le novizie si nota l’esuberante Paola Senatore, che poi sarebbe finita nel porno duro, quello vero dove non vale la scusa dell’artisticità, diciamo. Ad ogni modo: la madre superiora ha una voglia elettrica di sesso che se la collegassero a una presa provocherebbe un cortocircuito da lasciare mezza Europa in blackout. Il crescendo di lussuria (orgette carezzevoli e alcolismi vari), ricatti, amorazzi (Carmela riesce a concedersi a Giuliano) e torbidi intrighi e vendette è impaginato con eleganza ineccepibile (fotografia coloratissima, costumi sontuosi, musiche barocche al cubo) e alla fine sfocia in tragedia e redenzione: Carmela fugge col frutto del peccato e va pel mondo in odore di santità col nome di suor Agnese del bambin Gesù. E vabbeh: film con pure qualche pretesa e tutto sommato qualche valore, figlio di un’epoca e anche di un pubblico compiacente, tra l’altro tratto da documenti d’archivio e forse una copia de Le Ore, chissà. Però, boh: rimango deluso, chi se ne frega di queste cose ipocrite, se porno dev’essere che porno sia, eh! Come dessert – non pago, dunque - mi concedo alcuni pezzi de L’uomo che guarda, patacca voyeuristica di Tinto Brass, con qualche bella ragazza, chiappe riprese insistentemente, qualche pelazzo qui e là, organi sessuali veri (le donne, chiaramente) e fasulli (quelli maschili) e una trama che prende a pretesto una porcaccionata di Moravia che all’epoca, io liceale, mi ero letto di nascosto, senza eccitazione né divertimento e invece grande frustrazione. Come stasera, maledizione. (2/2/13)
La grande estasi dell’intagliatore Steiner di Werner Herzog, Repubblica Federale Tedesca 1974
Nel giorno dell’annuncio delle dimissioni di papa Ratzi (un pontefice volontariamente demansionato, dove andremo a finire!) attenuo il mio composto dolore di peccatore sparandomi una follia di Werner Herzog e costringendo alla visione anche l’innocente figliola Sofia (7 anni). Vacca boia che film incredibile! Nel senso che scatena una marea di pensieri e connessioni. Stupide, perché il film lo vedo io, ma la sostanza non cambia. Questo Herzog commenta il film mentre lo fa e ci racconta i tre giorni da record di un saltatore con gli sci, lo svizzero Walter Steiner. Che come hobby intaglia il legno e fa nascere delle forme con piccoli e saggi colpi di cesello. E per aggiustamenti e ripensamenti stabilisce anche il nuovo primato di volo con gli sci. Werner passa dal giornalismo sportivo a momenti di vertigine stilistica facendoci vedere al rallenti salti, cadute, atterraggi, e lasciando raccontare a Steiner le impressioni a caldo, così come la filosofia del salto, i pericoli, il ricatto dello spettacolo, la possibilità di scelta della sbarra da cui lanciarsi. Sofia guarda il tutto con gli occhi come due uova sode perché il film è veramente ipnotico. E poi vedere la Jugoslavia del 1973 è un salto temporale incredibile, un salutare shock (la pulizia, la semplicità, la purezza di un altro mondo). Musica bellissima dei Popol Vuh. Soddisfatti, pure la povera Sofia, poco sicura di quello che ha visto, più o meno come me. (11/2/13)
Matalo! di Cesare Canevari, Italia/Spagna 1970
Orfano di Breaking Bad, mi scoppio uno spaghetti western di fama, conscio del pericolo che si corre quando si inseguono le fantasie di critici onanisti dediti entusiasticamente alla serie B cinematografica. È un’operina stramba, dai colori pop e commentata da musica acidissima con chitarre psych. Corrado Pani è Burt, un bellimbusto in bandana dal carisma discutibile che ride continuamente e cammina a gambe larghe come se avesse l’inguine irritato e col bacino in avanti. Una banda di delinquenti lo salva dall’impiccagione, menando gran strage in un villaggio sfigato, e Burt, durante la fuga, li ricompensa facendoli secchi uno a uno, con destrezza balistica inusitata, per poi godere dell’odore della polvere da sparo. Si unisce a una banda composta da due fuorilegge spietati e una donna sadica e ambigua, Mary, dalle gambe chilometriche esaltate dagli shorts (!). Arrivano in una città fantasma e da lì procedono a una rapina a una diligenza. Burt rimane a terra e scompare dal film per buoni 40 minuti. Arriva intanto un tizio goffo, Lou Castel, dotato di boomerang. Fatto prigioniero viene torturato sadicamente dalla banda, che gli nega anche una goccia d’acqua: del resto fa un caldo predesertico e girano tutti ricoperti di cuoio, pelli di montone e giacche. Mah! A un quarto d’ora dalla fine si palesa di nuovo Burt (non ho ben capito se fosse d’accordo con qualcuno o dove fosse finito) e si procede a un duellone finale caotico e delirante, dove ci si gioca il bottino dell’assalto alla diligenza. La cinepresa impazzita sfotte il Triello leonino e lo aggiorna psichedelicamente, fino a una conclusione che non ti aspetti, con boomerang assassini annessi. Da un punto di vista visivo il film è sicuramente interessante, perché fuori da ogni schema: sembra un trip venuto male, da incubo, allucinato, lisergico, fumettistico, con sequenze horror e improvvisi inserti comici (Burt che si annusa le ascelle, per dire). Zoom sparati come proiettili, carrelli impazziti, montaggio brioso, cinematismi, invenzioni con messe a fuoco selettive, luci sparate, flair, rallenti: tutto un armamentario molto pop e assolutamente inusuale per il western. In questo senso è emblematica la prima (bella) scena, con un fuori fuoco clamoroso che dura parecchi secondi, finché la testa di Burt non entra – a fuoco – dentro un cappio. Altro punto a favore, la mancanza di dialoghi, che in un film così plastico non avrebbero avuto senso. A sfavore la noia mortale in agguato, vista la mancanza di ritmo e logica: la vicenda è volutamente frustrante, però, insomma, a me non basta come giustificazione narrativa. Lou Castel, poi, rimane un mistero, sempre (ha recitato con tutti i più grandi ma sembra sempre che passi lì per caso, un po’ assente). Concludendo: film violento, anarchico, forse - per l’epoca - giovanilista… lo vedo con distacco collezionistico e non riesco ad appassionarmi come meriterebbe. Magari l’avessi visto negli anni della malattia cinefila, chissà, ma così, boh, non fa per me e il giochino di tanti critici nostrani di precedere Tarantino sul nostro terreno western mi interessa poco. Però che ne so io, in fondo, dài. (15/2/13)
Alla mia cara mamma nel giorno del suo compleanno di Luciano Salce, Italia 1974
Questo non lo rivedevo da forse 30 anni. Girava sulle private ed era un boccone ambito per i gattacci maschi figli del patriarcato anche perché Eleonora Giorgi era spesso nuda. O così ci sembrava. Nel ricordo condensavo anche le scene e conferivo al film un ritmo diverso, mentre la verità è che trattasi di film dalla cadenza un po’ stanca, come l’ambiente morente che viene descritto. Non male, intendiamoci, ma neanche il gran buon film che speravo di vedere dopo aver letto la rivalutazione a opera di Andrea Pergolari e Guido Vitiello nel loro godibile libro Ha visto il montaggio analogico? (Vitiello sarebbe il caso si occupasse più di film che di politica sul Foglio, ma vabbeh, ognuno…). La vicenda è ambientata in un orrido castellozzo eclettico: la signora Mafalda, reazionaria, schifa la plebe e vive nel mito del marito defunto, cacciatore. Ossessiona il figlio trentaduenne Didino castrandone ogni aspirazione di libertà e tenendolo rinchiuso in una casa che è un mausoleo cimiteriale, ricco di quell’orrido gusto italiano dell’inizio del secolo scorso. L’edipico Didino (Paolo Villaggio, bravo ma non sempre a fuoco) vorrebbe emancipazione e sesso, anche se ne è intimorito a morte. Ma è anche un personaggio velleitario, indisponente, carogna, svogliato, frutto perfetto di una decadenza altoborghese improduttiva e sfruttatrice. Si innamora dell’ignorante servetta Angelica, una Giorgi botticelliana, azzoppata per esigenze di scena ma ben calata nel ruolo. L’apologo beffardo finirà malissimo. Quello che più mi stupisce, oggi, non è tanto la fiaba nera e la scelta produttiva di un film così storto, provocatorio, molto metaforico e poco “divertente”, bensì il ricorrere di Villaggio e Salce all’immaginario nazista, ovviamente in termini derisorii ma comunque aspri (anche Villaggio ne abusa nel suo secondo fantastico liberculo, Come farsi una cultura mostruosa, 1972, dopo il primo Fantozzi letterario): oggi tutto ciò sarebbe difficoltoso, ma non perché all’epoca le difese fossero allentate, semmai il contrario. Oggi non si pensa una cosa così (penso alle vaccate che imperversano in Rete ad opera di bimbominkia parolacciari) perché non c’è dietro un pensiero forte, ma solo rimozione e ignoranza. Qui e allora c’erano anticorpi e si sapeva dove finiva la comicità, anche stupida, e dove cominciava la realtà. Vabbeh, m’ha preso il pippotto moralista ma credo d’essermi spiegato. O no ma chissenefrega. Film discreto ma interessante, alla fine. (16/2/13)
Reality di Matteo Garrone, Italia/Francia 2012
L’inizio del film è un colpo basso alla mia memoria che aveva censurato cosa mi era accaduto nella primavera del 2000. Come ingenuo autore esordiente avevo seguito a Napoli una puntata zero, mai andata in onda, in cui si raccontavano le vicende di Mimmo Dany, cantante sui generis di matrimoni, e una giovane coppia dei quartieri spagnoli in procinto di sposarsi. Tre giorni di delirio ricostruendo la storia dei protagonisti, tra feste, ricevimenti, registrazioni a TeleGaribaldi, una stretta di mano a Gore Vidal incontrato per caso, foto a piazza del Plebiscito, sposalizi vari e concerti di piazza (uno a Giugliano, davanti a migliaia, letteralmente migliaia, di persone). Il culmine era una sontuosa cerimonia finale alla Sonrisa, un complesso tra Pompei e Castellamare dove si festeggiano matrimoni a rotazione. Reality si apre proprio con l’arrivo in carrozza di due sposi in questo posto incredibile. Anch’io ho assistito a carrozze, elicotteri (!), colombi in volo e picchetti d’onore, mentre la voce dagli altoparlanti dava indicazioni agli invitati tipo aeroporto: “Inizia il matrimonio Montuori Esposito, al padiglione 5!”. Giuro. Il culmine della celebrazione dei miei due sposini, spiantati eppure festeggiati senza badare a spese (con illazioni inverificabili sulla provenienza dei soldi per questa faraonica celebrazione), era stato un concerto con Carmelo Zappulla come opener, Merola figlio come piatto forte e Merola padre come portata finale e definitiva, con orchestra d’archi, 4 ore di concerto tipo Grateful Dead. Eravamo alla Sonrisa a mangiare alle 12 e per le 14 io già rantolavo oberato da una doppia cifra di olive ascolane e antipasti vari. Il pranzo è diventato poi cena e infatti io mi sono riseduto a tavola verso le 20 per il terzo giro di secondi e dopo l’incursione di Mimmo Dany. La torta è arrivata verso le 3 di notte, dopo l’esibizione di Merola senior cui era seguita una torta fiammeggiante. Alla fine, la sensazione di avere assistito a qualcosa di splendido, unico, assurdo, felliniano. Reality parte appunto dalla Sonrisa, simbolo della teatralità partenopea. E Garrone sa fotografare tutta la vivacità del luogo (fisico e mentale) riproducendo la gestualità, i vestiti e i discorsi di una piccolissima borghesia in realtà ancora sottoproletaria che s’arrangia, accecata dai miti televisivi, ma anche vitale e coloratissima. C’è di buono, inoltre, che non si sente mai puzza di macchietta, caricatura o bozzetto vernacolare, né che il racconto dell’illusione televisiva diventi la denuncia moralistica fine a sé stessa che abbiamo sentito (inutilmente) per oltre dieci anni. In questo senso non capisco chi rimprovera a Garrone l’essere arrivato fuori tempo massimo. È il solito discorso di chi vorrebbe che fossero gli altri a far la denuncia che non han fatto loro, ma a Garrone interessa l’umanità dei personaggi e come cambi la loro vita a fronte dell’impatto con l’effimera celebrità o all’illusione della stessa. Perché Luciano – il protagonista – è un mattacchione che lavora come pescivendolo e che arrotonda portando avanti una sorta di truffetta assieme alla moglie. Un provino positivo nelle selezioni del Grande Fratello lo convince delle sue capacità e non essere chiamato a partecipare al programma alimenta paranoie, ossessioni e un progressivo distacco dal mondo reale. La vita vera va a rotoli e neanche il fraterno e devoto amico Michele riesce a riportare Luciano alla lucidità. Il film si conclude oniricamente, col protagonista prigioniero del suo incubo e felice. Si potrebbe dire che è quanto sta accadendo al popolo italiano, ma non credo che a Garrone importasse farci la lezioncina antropologica sulla deriva della nazione. La cinepresa (spesso a spalla) che insegue il volto degli attori fotografa lo smarrimento, l’illusione e l’infantile gioia di fronte all’appagamento del sogno, che rimane tale perché la realtà è un’altra cosa. Da un punto di vista narrativo trovo un po’ meccanici certi passaggi: Luciano è sì un esibizionista, ma l’insistenza della famiglia perché partecipi a un provino del GF mi pare un po’ artificiale, così come – dopo il primo abboccamento con lo staff del programma – la mania che ne deriva. Però c’è da dire anche che Garrone gira in modo grandioso, fotografando una Napoli che ha qualcosa di fiabesco e magico (e che nel mento pronunciato di Aniello Arena ricorda Totò). Bellissima fotografia vivida, cinepresa del regista mobile e curiosa, attori dalle facce vere, tutti molto bravi. Film meritevole anche se non so quanto riuscito fino in fondo, sempre che sia importante. A me è garbato assai, ebbravo Garrone! (21/2/13)
Kill the Referee di Yves Hinant, Delphine Lehericey ed Eric Cardot, Belgio 2009
Documentario voluto dall’UEFA che racconta la vita di 5 arbitri durante gli europei del 2008. La parte del leone – complice anche il torneo orrendo giocato dall’Italia – ce l’ha l’arbitro Rosetti, arrivato a dirigere la finale. Interessante anche la vicenda di Webb, arbitro inglese che all’esordio fischia un rigore al novantaduesimo – giusto da regolamento ma discutibile – contro i polacchi. Da lì polemiche a non finire. Si vede che vita fanno ‘sti qua, pazzi che affrontano una platea mondiale immensa che può subito rivedere le azioni in televisione e valutare il tuo errore. E loro ne commettono e a pacchi. Lo sanno e provano a sopravvivere a pressioni di tutti i tipi, ambientali ed esistenziali. La grande idea del film è farci sentire cosa si dicono le terne arbitrali durante gli incontri e come interagiscono con il quarto uomo a bordo campo. Vediamo l’incertezza, il nervosismo, la concentrazione e anche l’umana impossibilità di decidere serenamente in tempo reale. Ma ditemi voi come si può valutare il fuorigioco: devi avere la visione laterale di un coniglio per vedere contemporaneamente la palla che parte e i calciatori che scattano, eh! Documentario interessante, non bellissimo perché sbilanciato sulle vicende familiari di Webb, per esempio, o perché rallentato da alcuni intermezzi privati poco incisivi, mentre sarebbe stato meglio avere più match (e più comunicazioni occulte) e più intimità di questi strani atleti che decidono di decidere, sapendo che comunque scontenteranno qualcuno. Mi mancano domande – impossibili da fare a un professionista “attivo”, me ne rendo conto - come queste: cosa porta un appassionato di calcio a scegliere il ruolo infame dell’arbitro? Quanto si subisce la sudditanza psicologica? Quanto la psicologia porta a compensare gli errori o ad accettare i comportamenti dei giocatori in campo, sapendo di essersi sbagliati in precedenza? Il documentario non ha una crescita narrativa particolare: seguiamo l’esito del campionato europeo, ma senza ulteriori rivelazioni. Il formato “fly on the wall” – nessuna interazione con l’oggetto dell’investigazione registica – non aiuta. Se vuoi fare entomologia allora dovresti andare più a fondo, ma sicuramente l’accesso alle registrazioni, ai camerini degli arbitri o alle riunioni ufficiali dell’UEFA era molto regimentato. Insomma: film discreto che poteva essere meglio, ecco. Barbara mi ha affidato la scelta del film ma s’è presto pentita, manifestando sonoramente il suo disappunto. S’è poi addormentata placidamente fregandosene dell’umano dramma del povero Webb minacciato di morte dal primo ministro polacco. (28/2/13)






