Umiliati e offesi #2 (2013)
Il lato positivo, Exit Through the Gift Shop, ACAB, Berberian Sound Studio, Romanzo popolare
Silver Linings Playbook di David O. Russell, USA 2012
Io del regista di Three Kings non sapevo più nulla. Poi papà mi dice: se vuoi una bella commedia, guardati Il lato positivo. Obbedisco, ma all’inizio sono irritato: si parla di disagio mentale e non capisco cosa ci possa essere da ridere. Lontani da Gumpate o Rain Man, il film è un po’ straniante e parlatissimo, come da vezzo di certo cinema indipendente. Barbara mi chiede se siam sicuri che sia una commedia (e in effetti non lo è, è un dramedy – come sono gggiovane!). Poi la pellicola ci prende sempre più, per i dialoghi riusciti, gli attori azzeccati (con un De Niro da applausi), le musiche e la regia, fino a una tempesta emozionale nella parte conclusiva, complice anche un’esibizione danzereccia da riso e lacrime. Io sono un po’ rinco, d’accordo, ma il film sa rimanere al di qua della banalizzazione della malattia (non dimenticando altre patologie come tifo sportivo, scommesse e superstizione) e sa andare molto al di là della commedia sentimentale. Strepitosa Jennifer Lawrence, che ha vinto l’Oscar: occhi e corpo partecipi e credibili, in un ruolo non facile (la vedova ninfomane). Bravo molto anche il bisteccone Bradley Cooper (un bipolare reduce da un ricovero in ospedale psichiatrico). Raccomando la versione originale del film, un po’ difficoltosa ma remunerativa. In colonna sonora – oltre a Led Zeppelin, Alabama Shakes e altre belle cosine – c’è la Girl from the North Country di Bob Dylan e Johnny Cash che ogni volta mi commuove: se non vi fa lo stesso effetto – come tutto il film, del resto – avete il cuore di Margaret Thatcher che è schiattata giusto ieri: ormai i miei nemici degli anni Ottanta son tutti all’inferno. Ora tocca a quelli degli anni Novanta, su! (9/4/13)
Exit Through the Gift Shop di Banksy, Gran Bretagna/USA 2010
Banksy è il guerrilla artist incappucciato sulla cui identità ci si interroga da tempo: c’è chi lo vuole uno dei Massive Attack (mentre a me piacerebbe tanto fosse uno dei Ricchi e poveri ma la ritengo ipotesi poco praticabile) e il suo lavoro è popolarissimo: le sue intuizioni sono su magliette, su poster, sui giornali e ogni sua nuova creazione scatena subito polemiche, approvazione o disprezzo (“Il mio falegname con trentamila lire la fa meglio!”). E vabbeh: Banksy è da anni una fucina di idee spiazzanti, ironiche, crudeli, che ti provocano, ti mettono in un angolo, ti costringono a pensarci. A mio modo di vedere: pure fuckin’ genius. E fin qui, bene. Ma Thierry Guetta invece chi cazzo è? È un francese matto e scopofiliaco di L.A. che passa il suo tempo a filmare qualunque cosa. Ha intercettato alcuni street artist americani e ne è diventato amico, documentandone le performance e i risultati finiti, cosa particolarmente importante, vista la natura effimera di queste opere, spesso presto coperte da vernice o rimosse. Il principe di questa corrente artistica è appunto Banksy e Guetta lo ha incontrato quasi per caso, diventandone partner in crime e mettendo su nastro realizzazioni e storia artistica. Ore e ore di materiale con l’obiettivo di ricavarne un documentario. Ma c’è un problema: il francese – che sembra proprio un belinone - non sa montare e organizzare il materiale e le migliaia e migliaia di cassette filmate sono spesso senza data e indicazioni del materiale ripreso. Il suo tentativo di realizzazione cinematografica - di cui vediamo un assaggio - è farsesco e agghiacciante. Allora prende le redini dell’operazione Banksy stesso che così racconta sé stesso e non solo: vediamo anche il lavoro di Shepard Fairey, di Invader e – ribaltamento clamoroso, chissà quanto autentico - pure di Thierry Guetta, che a sua volta si reinventa artista (derivativo, non particolarmente interessante ma capace di infinocchiare anche una come Madonna). Il documentario non è geniale come le opere di cui Banksy racconta la realizzazione ma è un ottimo modo per conoscere come sia stato rivoluzionato il mondo dell’arte in questi anni, da chi ne fruisce passivamente per strada a chi la colleziona spendendo milioni di euro. C’è ritmo, continue illuminazioni grazie alle idee di ‘sti matti, e anche se frullano alcune domande che rimangono senza risposta (come facevano questi qui, quando erano spiantati, a finanziarsi trasferte, materiali, colori etc. etc.?) è giusto che non tutto venga svelato, che si rimanga con dei dubbi. Del resto: sarà mica un mockumentary? L’ennesima provocazione di Banksy? E se anche fosse sarebbe anche meglio! Bel film documentario dove si comprende la passione creativa di chi vive le proprie opere senza ambizioni mercantilistiche, cosa che poi – immancabilmente – li rende tutti milionari. (14/3/13)
ACAB – All Cops Are Bastards di Stefano Sollima, Italia/Francia 2012
Ma io posso incazzarmi ideologicamente per un film? E posso sì, eccheccazzo, al netto che sia politicamente attivo come Antonio Cariglia (non da vivo, proprio oggi) e che si tenga un dibattito accesissimo solo nel mio cervello. Fatto sta che vedo questo film e subito mi parte il fottone. A me ACAB non m’è piaciuto per niente, né come sviluppo né come messa in scena. Il fatto è che – tolta una confezione che, mi dispiace, quando non si tratta di azione, bordeggia la fiction televisiva – manca proprio uno sguardo morale alla vicenda. Sollima (figlio del regista che raccontava i ribelli di Mompracem con afflato sovietico) decide di non prendere posizione ma di fotografare asetticamente una situazione dove alla fine ognuno ha i propri motivi per covare un’incazzatura feroce che sfocerà in violenza. Infatti si racconta la vita di quattro celerini, nei convulsi anni recenti, tra G8, tensioni razziali e gli assassinii di Filippo Raciti prima e Gabriele Sandri poi. Sono il grado più basso delle forze dell’ordine e devono affrontare tutto ciò che la politica non sfiora neanche, ben attenta a non sporcarsi le mani. Mazinga (Marco Giallini) ha il figlio nazi (e chissà come mai gli è venuto così), è stanco della vita sulla strada e ha anche un vago e lontano senso di colpa per i fatti della Diaz, come una peperonata non digerita, ecco. Cobra invece è fascistissimo esplicito, si sente un gladiatore nella suburra e deve affrontare un processo per avere rotto la faccia a un tifoso, pora stella. Negro (Filippo Nigro) si lascia con la moglie che lo sbatte fuori di casa prendendogli la figlia e finirà a fare il pazzo davanti al Quirinale (una scena non esattamente credibile). C’è poi Spina, l’ultimo arrivato, che non ha casa perché degli immigrati gliel’hanno occupata abusivamente. È un fascista anche lui, un coatto ignorante, e alla fine fa l’infame (sai la novità): tradisce i colleghi che hanno pestato degli ultrà neonazisti e lascia il reparto della Mobile mentre gli (ex) amici vanno a pigliare delle botte allo stadio, tanto per cambiare. Fa bene o fa male, Spina? O la svolta narrativa serve solo a drammatizzare la vicenda? A questi cavalieri dell’Apocalisse tocca gestire l’ordine pubblico, lo spaccio e l’immigrazione clandestina, okay, ma non c’è alcuna problematizzazione, neanche la banalità di tanta sinistra ipocrita e perbene che invoca e cita a cazzo Pasolini. Anzi: la paga fa schifo, i cittadini sono irriconoscenti, si rischiano coltellate da ultrà e albanesi, “tengo famiglia” e bla bla. Aggiungi questo e metti quello, e alla fine altro che ritratto imparziale: i quattro celerini diversamente democratici, sono quattro fascisti consci e inconsci continuamente giustificati. Il film mi sembra assolutorio in modo insopportabile e utilizza uno slogan antagonista come ACAB – così come la canzone Police on my Back dei Clash, cantata dai pulotti allegri – rovesciandone praticamente il senso. Ma mi state coglionando? Il finale richiama il Mucchio selvaggio, con gli equivoci eroi raccolti, accerchiati, abbandonati da tutti, pronti al sacrificio finale (o secondo la loro esibita ideologia, alla “bella morte”), contro nemici che accorrono letteralmente da destra e sinistra, con Cobra che avverte “Eccoli, eccoli!”. Mah. Il film è tratto da un libro di Carlo Bonini, che è giornalista repubblichino di cui mi fido poco assai, ed è stato finanziato perché d’interesse culturale, non saprei di chi. Se uno straniero vede questa pellicola, comunque pensa che stiamo messi come il Congo e pure senza le risorse minerarie. E non ha mica torto. (16/3/13)
Berberian Sound Studio di Peter Strickland, Gran Bretagna 2012
Film molto intrigante che ti prende proprio e poi, nel finale ti spiazza completamente. Il regista Strickland gioca abilmente tra arte e vita, facendoci vedere il tormento di un tecnico del suono, tal Gilderoy (Toby Jones), placido e inoffensivo ometto britannico, chiamato a sonorizzare un film horror italiano. Siamo negli anni Settanta e il tipo ha nostalgia di casa e della mamma ed è a disagio con questi nostrani cinematografari cialtroni, donnaioli e poco affidabili sui pagamenti. La pellicola da lavorare è inquietante: non la vedremo mai (se non i titoli, bellissimi) ma sentiremo la creazione della colonna sonora, tra strilli, urla, accoltellamenti, maciullamenti, strappi di carne e altre delicatezze che intuiamo soltanto. La calligrafica ricostruzione dei seventies (a livello scenografico, ma anche registico) è notevolissima, così come il lavoro sul suono: metacinema gustoso, che mostra la stratificazione del sonoro e la creazione di rumori che, abbinati alle immagini, creano nella nostra testa effetti clamorosi. Tutto ciò ha fatto godere più di me critici veri e cialtroni wannabe: Gilderoy è stordito dall’atmosfera del film che sonorizza, prima respinto, poi catturato, con il gioco simbolico di progressiva adesione sottolineato dal cambio di voce del personaggio che da un momento in poi parla anche lui perfettamente l’italiano (il film, fino a quel momento è bilingue). La commistione tra film nel film e realtà del film si accentua sempre più fino a un finale accecante, con Gilderoy che sembra fondersi con lo schermo. Partono i titoli di coda e amen, fine, the end, pussa via. Naaaa! Per me, dopo un innamoramento profondo, è stato come un tradimento: sono troppo anale e razionale per accettare una chiusa poetica così simbolica e radicale (e ai miei occhi anche comoda, diciamolo). Detto come va detto: vorrei girare la faccia al regista a ceffoni, come ne L’esorcista, ma forse ho torto. Capita: Berberian Sound Studio ha vinto diversi premi ed è considerato uno dei migliori prodotti inglesi dell’anno passato. (18/3/13)
Romanzo popolare di Mario Monicelli, Italia 1974
Questo non lo vedevo da metà anni Ottanta ed è uno degli ultimi Monicelli di pregio, per me che mai ho apprezzato la sciatteria di tante cose degli anni seguenti (litigheremo ma non amo né Il marchese del Grillo né Speriamo che sia femmina né Parenti serpenti, proprio no… oh, è Monicelli: sbaglierò io!). Qui siamo in una Milano ancora nebbiosa e c’è Giulio (Ugo Tognazzi), operaio di mezz’età che sposa la minorenne e terronissima Vincenzina, interpretata da Ornella Muti. Fanno un figlio ma il tradimento di lei fa precipitare la situazione (in cui lui sembrava suo padre), tra gelosia ed emancipazione, negli allora “moderni” anni Settanta dove il femminismo metteva in discussione tutto, rapporti e ruoli. La vicenda è ben cadenzata dalla voce off del protagonista che ricostruisce la vicenda con distacco da telecronaca calcistica e partecipazione da sindacalista politicizzato (sotto la cura linguistica di Jannacci e Beppe Viola, presente anche in un cameo). Grande ironia e buon ritmo fino ai due terzi della vicenda. Poi si perde un po’ di mordente e il finale è bello ideologicamente, ma non esaltante in termini narrativi: Vincenzina vuole l’indipendenza e finalmente la trova. Brava e bellissima la Muti: avevo un ricordo abbacinante fin dalla pubertà di lei che si toglie un maglione, mezzo secondo che ho incistato nella retina tipo 4 mosche di velluto grigio (stesso effetto che ritroverò poi in Tutta colpa del paradiso qualche anno dopo, sempre lei!). Poi è splendido che Ornella nostra parli come nei fotoromanzi di cui è appassionata lettrice e che invochi, quando rivela il suo cedimento a Michele Placido: “te lo dico se sarai generoso, comprensivo e degli anni Settanta!”. È una satira agrodolce di quanto stava accadendo, c’è un affetto, nessuna cattiveria. Ed era grandissimo anche il dolente Tognazzi, allora cinquantenne e già molto appesantito. Nel film va in pensione a 59 anni ed è incredibile come sia cambiata la percezione della vecchiaia nel giro di 40 anni. Buon film. (10/4/13)





