Umiliati e offesi #4 (2013)
Tutti insieme appassionatamente, Improvvisamente poi boom, Madagascar 3, Corvo rosso non avrai il mio scalpo, Girlfriend in a Coma, Kleinhoff Hotel
Tutti insieme appassionatamente di Robert Wise, USA 1965
Ho visto il film assieme alle figlie (5 e 8 anni) e, per meglio goderne con loro, ho dovuto fare un doveroso esercizio di regressione infantile: io con ‘sti musical con la gente che all’improvviso si mette a cantare faccio sempre un po’ di fatica. Ma vabbeh. Dunque: siamo a Salisburgo, negli ultimi golden days degli anni Trenta, come ci viene annunciato. Essendo andato al potere il fascista Dolfuss nel ‘32, boh, a me sale già un po’ d’inquietudine ma evidentemente a 20 anni dalla fine della seconda guerra mondiale era già cominciata il processo di revisione, che posso dirvi, boh. Comunque c’è Julie Andrews che interpreta una suora novizia un po’ matterella, una sorta di Mary Poppins che al posto dell’ombrello esibisce una chitarra. Trova lavoro come istitutrice da un vedovo inflessibile con 7 figli, il nobilastro George Ritter von Trapp (Christopher Plummer). Diresti che è un nazi perfetto - portamento virile, mascella ducesca, sguardo di ghiaccio - ma è invece contro l’anschluss che si sta per verificare. Una nobile maliarda prova a intortarlo, ma lui si smolla e s’invaghisce della sorella sbarazzina che non fa altro che cantare e strimpellare le sei corde. La musica agisce da panacea per ogni male e riavvicina la prole al padre refrattario e poi fa trionfare anche l’ammore tra questi due personaggi improbabilissimi ma molto teneri e perfetti per una commedia orchestrata con tempi eterni (quasi 3 ore) e il passo elefantiaco del gran filmone, d’intrattenimento ma anche di senso (in qualche modo). Finirà benissimo, con fuga dai nazisti della nuova famigliona, in Svizzera, dove sicuramente Georg ha già dei conti Gabbietta e Protezione al sicuro (mia illazione NON verificata). Dvd regalato dai nonni milanesi a Elena per il suo compleanno, The Sound of Music è un classico hollywoodiano per bambini più o meno adulti e vinse uno sbrego di Oscar, oltre a essere uno dei film più visti della storia: girato benissimo in ambientazioni sontuose, è scritto e recitato con quella pulizia che oggi manca a tanti film. Tra i due tempi c’è pure un curioso entr’acte che sembra prodotto dall’agenzia per il turismo austriaca. Dialoghi dritti al punto, luci innaturali perfette e tutti che - come vuole il genere - a una certa cominciano a cantare, così, d’emblée, una cosa che non capirò mai e che tollero solo nel Rocky Horror Picture Show e in Jesus Christ Superstar (che sono però due rock opera!) già molto meno in Hair. Ma mancanza mia, lo so. Comunque in inglese una cosa così te la fai passare amabilmente, in italiano – tra traduzioni e voci tenorili – ogni tanto si sfiora l’imbarazzo. Cionondimeno bimbe estasiate e anch’io, sarà che son depresso, confesso un qual certo piacere proibito. Anche se preferisco la My Favourite Things di John Coltrane. (19/5/13)
Improvvisamente poi boom di Emanuele Gabellini, Italia 2011
Chi è l’artista? Quanto è importante che lo riconoscano come tale gli altri colleghi artisti, i critici, i galleristi, i visitatori delle esposizioni? L’artista è tale perché lo decide lui? Quest’inverno ho dipinto un po’ di tele, roba di cui vado stolidamente orgoglioso ma di cui anche riconosco – se mi astraggo da me stesso, di per sé già un’opera d’arte – il carattere di opere da pittore della domenica. Ma dipingere mi piace, mi rilassa, mi fa mettere in discussione. Ecco, al di là di facili battute sulle mie qualità pittoriche, cos’è che non mi rende realmente un artista? A questi quesiti risponde un magnifico filmetto, a basso costo e alto impatto, realizzato da Emanuele Gabellini, che artista lo è sul serio. L’ho conosciuto quando avevo deciso di scrivere per Rolling Stone un pezzo sui Santarita Sakkascia e lui era l’unico superstite immediatamente contattabile di quella magnifica band romana che aveva imperversato nel mondo underground e dei centri sociali durante gli anni Novanta. La mia rubrica sul mensile – che perlomeno nella fase iniziale era veramente una rivista formidabile, scritta bene e piena di idee, nonostante me – si chiamava “Hard Rock Cafone” e l’intestazione proveniva dall’omonimo album del 1994 dei Santarita Sakkascia, un capolavoro con perle come John Zorn alla fermata del 23, Nostalgia di Khomeini, Sto come ‘na pigna e l’inno universale Affanculo tutti. Sentendo un debito per la mia appropriazione del titolo ho raccontato la loro storia appunto su Rolling Stone e ho fatto amicizia con Emanuele, bassista possente alla John Entwistle. Tra le tante cose belle accadute in seguito anche il fatto che in ragione della cover ramonata Romanisti deppiù ho fatto arrivare a Totti, tramite Ilary Blasi, un Cd proprio dei Santarita. E una sera, ad articolo appena uscito, Emanuele mi chiama con la voce alterata. Io penso: oddio, su Rolling Stone devo avere scritto delle scemenze… E invece no: lo aveva chiamato il Capitano. O meglio: Ilary ha chiamato Emanuele (incredulo) e poi gli ha passato Francesco, ovviamente introducendolo con un “Ti passo Totti” (Ilary lo chiamava così, giuro). Ad ogni modo Emanuele oggi disegna, dipinge, allestisce, crea sempre, e questo suo Improvvisamente poi boom è un piccolo film (20 minuti che trovate su YouTube) che opera una riflessione intelligente e vivace proprio sulla creatività: qual è il confine tra creazione artistica, spettacolo e percezione (“trovarsi davanti a un’opera vera”)? Emanuele non lo chiede direttamente, ma lavora ai fianchi di una domanda che è insita in tutta la società (dello spettacolo) attuale, sentendo le riflessioni di Rino Tommasi (sì, lui), di Remo Remotti, dell’allenatore supremo di basket Valerio Bianchini e di Giorgio Manacorda, docente di letteratura, poeta e più genericamente uomo saggio. Che, dopo essersi interrogato e aver detto la sua su tanta arte contemporanea, conclude che – al netto di classificazioni, mercato, idee finte o vere – “basta non prendersela”. E la chiosa di Remotti, in stile col personaggio, è “e se la prese nel culo”. Improvvisamente poi boom è fatto con poco, quasi con niente, in termini pratici. C’è invece tantissima intelligenza, anche nelle immagini che intervallano gli interventi: particolari fotografici che diventano astratti, bellissimi nella loro purezza cromatica. La confezione è solo apparentemente povera e la partenza visiva (dopo un brano audio di Tommasi clamoroso, risalente a Seoul 1988) decisamente brusca, ma se si sa aspettare qualche minuto, tutto diventa chiaro e soddisfacente. Bravo Emanuele e viva i Santarita Sakkascia, Santi numi! (28/5/13)
Madagascar 3 – Ricercati in Europa di Eric Darnell, Conrad Vernon e Tom McGrath, USA 2012
Perso al cinema, vedo il Dvd in edicola e da uomo adulto, responsabile, capace di non viziare le figlie in modo infantile, resisto fermamente. Una cosa come quattro secondi. E poi Madagascar 3 è mio. Arrivo a casa e vengo accolto con peana entusiastici da Elena e Sofia, il lettore inghiotte il dischetto e parte la festa. Perché, e ne sono stupito, anche al terzo episodio della saga il livello rimane molto alto. Il primo film dei quattro amici animali in fuga da uno zoo newyorchese ci metteva un po’ a ingranare, il sequel era un autentico gioiellino, il terzo episodio non sfigura: coloratissimo, molto musicato, pieno di idee, è una commedia ricca di nonsense e gag slapstick, senza messaggio a comando se non il consueto “assieme ce la possiamo fare” (e sotto traccia l’avvertimento che la nostalgia talvolta fa brutti scherzi: tornati nell’agognato zoo di Central Park, Alex & company si rendono conto di essere ormai diventati cittadini del mondo). Ma non è veramente importante che non ci sia una morale particolare: i primi venti minuti sono d’antologia, dinamite pura; poi si regge bene fino a un finale fantasmagorico, dove la storia perde (anche in questo contesto già esploso) ulteriormente plausibilità e diventa solo l’occasione per invenzioni dinamiche e visive strepitose, in una frenesia che ricorda certe follie disneyane (tipo la danza ubriaca degli elefanti in Dumbo) o della vecchia Hollywood più camp. Sempre grandiosi re Julien e i pinguini agenti segreti ma in verità è tutto molto molto divertente. (28/5/13)
Corvo rosso non avrai il mio scalpo di Sidney Pollack, USA 1972
La piccola Sofia fa la corte al film da parecchio perché la questione dei nativi negli USA le interessa e, più di Piccolo grande uomo o Soldato blu, questo titolo (orrendo) la solletica anche se niente sa della storia narrata. Io il film l’ho visto la prima volta a Champoluc, nel 1979, con giusto due anni più di Sofia oggi, e sicuramente l’ho ribeccato poi in tanti diversi passaggi tivù. Avevo impresse nel cervelletto ancora alcune scene indelebili (perché non c’è verso, i primi film visti su grande schermo sono il tuo imprinting) ma la trama generale no, l’avevo rimossa, ed è stato un piacere inatteso ritrovare quel passo narrativo, quei silenzi, quelle facce e quegli straordinari paesaggi (nello Utah, bravissimo). Ad ogni modo grazie a un pomeriggio libero concedo la visione a Sofia che a metà traversata chiede: “Ma parlano mai?”. Non che la cosa la infastidisca, ma stupire sì, perché veramente i dialoghi potrebbero stare su 4 pagine. E infatti, il giorno dopo me li cita puntualmente. Bella cosa avere l’hard disk cerebrale vuoto come lei! La storia è quella di Jeremiah Johnson, trapper stanco di guerra che va a vivere solingo sulle montagne del Colorado, trovando un suo equilibrio con altri cacciatori della zona e soprattutto i nativi, sempre più spinti a nord e ovest dall’uomo bianco e comprensibilmente sul chi va là. Johnson (un barbuto Robert Redford) rispetta la vita e i costumi altrui ma l’ingordigia occidentale, i nuovi coloni e i militari che li difendono provocheranno un disastro e il protagonista diventerà suo malgrado leggenda nel vendicarsi dei torti personali subiti dalla tribù dei corvi. Per cui non è un film ottusamente dalla parte degli indiani (l’ha scritto John Milius), ma è un più grandioso ritratto dell’uomo che sopravvive all’inclemenza della natura e alla bestiale attitudine della propria specie di farsi del male. Poi, rispetto a certo western tradizionale, gli indiani non sono macchiette o cattivi senza volto, ma hanno pari dignità agli altri protagonisti e i loro sacrosanti motivi a resistere all’invasione dei visi pallidi. Capolavoro poetico di Sidney Pollack, spero che chi ha deciso il titolo italiano si vergogni ogni volta che il film passa in tivù. Se passa ancora. (9/6/13)
Girlfriend in a Coma di Annalisa Piras con Bill Emmott, Italia 2013
Documentario basato sull’atto d’amore e di condanna di Bill Emmott, ex vice direttore dell’Economist, nei confronti dell’Italia e sugli ultimi vent’anni della nostra storia: anni di declino inarrestabile in tutti i campi (economia, istruzione, informazione etc.) ma soprattutto di catastrofe morale, come dimostrano la supremazia delle mafie, l’ingerenza della Chiesa nei cazzacci nostri e il ruolo mortificato della donna nella nostra società. Berlusconi è il primo evidente responsabile – secondo il giornalista – ma non l’unico colpevole. Da un lato dà sempre fastidio quando un inglese ci tratta da trogloditi, ma d’altro canto la nostra realtà è inequivocabile e non si scappa: la comparsa di Shilvio sulla scena politica ne ha permesso l’imbarbarimento, trascinando anche la supposta opposizione in un baratro da cui oggi non si vede neanche più la luce. È un documentario di stampo conservatore, a uso e consumo del pubblico straniero, ma – come sempre – ricordarci a cosa siamo passati attraverso (essendoci ancora dentro) nella sintesi di un’oretta e mezza che condensa l’orrore accumulato in quasi due decenni, è esperienza drammatica che induce diversi problemi di coscienza: come avremmo potuto evitare questa débâcle? Emmott ricorda anche la buona Italia e magnifica la nostra ricchezza culturale e le risorse umane che ci consentono di sopravvivere. Per quanto Berlusconi lo abbia tacciato di comunismo (perché “assomiglia a Lenin”) il giornalista in realtà sogna paternalisticamente un’Italia anni Sessanta, con padroni illuminati e lavoratori felici, idealizzando in maniera infantile una stagione che basterebbe essersi data una scorsa, neanche una lettura, a Paul Ginsborg per capire che a considerarla così siamo nell’ambito del pensiero magico. Interviste ai soliti noti (Marco Travaglio, Roberto Saviano, Umberto Eco, Giuliano Amato, Sergio Marchionne e John Elkann – gli ultimi due passano per riformisti! -, un Ferrero, Mario Monti, Carlo Petrini, Nanni Moretti, Toni Servillo e, sole donne, wow, Elsa Fornero e Lorella Zanardo: il vizio evidentemente non è solo italiano), tutti che purtroppo si prestano alla divisione manichea degli italiani tra buoni e cattivi. Nanni comunque dice cose banalmente sensate mentre Mario Adinolfi parla venti secondi sui titoli di coda e, record assoluto, riesce subito a dire una stronzata. Cinematografia in generale non esaltante, pacata e spesso luogocomunista (la Costa Concordia come metafora del paese, pensa!) senza particolari invenzioni: alcune animazioni curiose e altre kitsch, Roberto Herlitzka che legge Dante (perché Emmott ci vorrebbe addirittura riportare all’epoca dei Comuni!) e nient’altro. Delusione che temevo e che ho visto confermata, del resto la pubblicistica antiberlusconiana è uno delle tante conseguenze nefaste del berlusconismo. Ma il documentario è anche un monito deprimente sul presente che è giusto ascoltare, ‘anvedi come stiamo messi. (15/6/13)
Kleinhoff Hotel di Carlo Lizzani, Italia 1977
Lei è Pascale (Corinne Cléry) donna ricca, realizzata e molto bella, nonostante adotti un vaporoso taglio di capelli a funghetto, tipo mia nonna Franca. Perde l’aereo per raggiungere il marito architetto a Londra e in attesa di ripartire, finisce in un albergo di Berlino dov’era già stata da giovane studentessa. Vicino di camera è Karl (l’ignoto - per me - Bruce Robinson), terrorista che deve far secco Pedro, compagno che ha tradito (forse). Le stanze son separate da una porta che in cima ha una bella fessura e allora Pascale, sentendo dei rumori sospetti (ansimi e colpi ritmati, ehm), curiosa un po’ e vede Karl impegnato in plastico coito con la fidanzata, che poi sapremo eroinomane. Pascale non trova il volo giusto - o non vuole trovarlo - e comincia a incapricciarsi del bel terrorista, una specie di Gesù Cristo aitante e disperato, che recita poesie, non vuole morire oppure sì, dipende dal momento e se c’è un chiavatone in vista. Lei lo pedina sempre più presa e viene beccata in una retata della polizia. La maltrattano e scatta il revanscismo: torna in albergo e si fionda in camera da Karl. Ha paura, poi desiderio, poi vuole scappare, poi lui le dice “spogliati!”, poi lei si sente ubriaca, poi non ce la fa ad andarsene e poi scopano come cani in calore. Momenti di felicità e di fuga dalla realtà, Karl che le ciuccia la tetta perché vuol tornare bambino, lei che lo culla come una madre, lui che teme che sia una poliziotta. Poi, nottetempo, Karl si taglia i polsi delle vene. Lei si sveglia, prende atto e se ne va in camera sua a fare i bagagli per partire, da vera stronza borghese com’era e com’è, alé. Film che respira un po’ quando esce dagli angusti locali dell’albergo: cresce discretamente, crolla quando si arriva al dunque, con scene madri scomposte e dialoghi inascoltabili. La musica di Giorgio Gaslini sembra una parodia del Gato Barbieri di Ultimo tango a Parigi, ma non c’è proprio confronto. Comunque sull’eversione qualcosa di interessante emerge, seppur fuori fuoco: il ruolo della stampa, la diffusione della droga che fiacca la lotta, la curiosità morbosa che in fondo è sostanziale indifferenza, il senso di una fine (della società, della lotta armata), il sesso come apparente pulsione vitale ma alla fin fine pétit mort prima e morte vera dopo. Vabbeh, l’ho visto ed entra nella collana dei fetecchioni che ingombrano la videoteca nella mia testa bacata. È che io sono ancora traumatizzato dalla morte di James Gandolfini, il Tony dei Soprano, attore sopraffino e Maestro di vita. Il Corriere della Sera - ridotto tipo Cronaca Vera, ma senza quella ruspante onestà – ha titolato: “L’ultima, grande, abbuffata di Gandolfini”, rivelando che la cena romana prima dell’infarto fatale era consistita in due fritti misti con maionese e un piatto di foie gras, innaffiati da quattro shot di rum, due piña colada e due birre. Voglio morire come James! (7/7/13)







