Umiliati e offesi #6 (2013)
AlbaKiara, Vogliamo i colonnelli, La ragazza con la pistola, I Knew it Was You: Rediscovering John Cazale, La mafia uccide solo d'estate.
AlbaKiara commesso da Stefano Salvati, Italia 2008
Allora, questo è un film di una bruttezza folgorante, una roba che se non la vedi non ci credi. Ma è talmente brutto che - giuro - fa il giro e diventa quasi (quasi) bello. Perché è un film che non riesci a mollare e di cui ti chiedi fino a che punto possa arrivare. Io quando rivedo le torri gemelle che crollano rimango ipnotizzato. Quando incappo nel video del Tacoma Bridge che va in risonanza e salta come un elastico, idem. E vogliamo parlare del dirigibile Hindenburg che prende fuoco? La visione del disastro mi attrae, mi dà un piacere nascosto e indicibile. E mi fa sentire al sicuro. Facendo poi io televisione la reazione istintiva animale è: c’è qualcuno responsabile di roba peggiore della mia. Non sono io il Male, c’è qualcuno che assassina l’immaginario in modo ancora più efferato. Ed è questo il caso, perché - nella categoria dei peggiori film di sempre - se Alex l’ariete era una vaccata povera di idee ma anche di mezzi, al limite del prescolastico tanto da fare tenerezza, questo Albakiara - a partire dal titolo lisergico - è una catastrofe fatta con i soldi, lavorata, ricercata, pure con delle pretese. Sulla carta – non igienica e non lo dico per difendere il cosceneggiatore Carlo Lucarelli – poteva essere un noir metropolitano dignitoso, un episodio di Coliandro cattivo (quello letterario, non il bonaccione televisivo) ambientato in una Bologna corrotta, con protagonista un poliziotto delinquente e dei giovani liceali dediti a discoteca, alcol, telefonini, pasticche e sesso facile. Ma la trasformazione in film di una trama che potrebbe anche stare in piedi è ahimé drammatica. Ho letto che gli autori di questa Cosa (alla Carpenter, horror) si vantano di essere partiti da 800 interviste a ragazze e ragazzi, accampando quindi anche delle pretese sociologiche. Non c’è però l’ironia di un Trainspotting, che già flirtava col wasted chic, no. Qui c’è il compiacimento morboso e infantile per sesso e droghe in un accumulo di scempiaggini che lasciano senza parole (col top del record di pompini nel parking della discoteca, sottolineato dalla grafica con numerazione e fuochi d’artificio, alé!). La protagonista è Chiara, un personaggio che… boh, non so: siamo oltre il caricaturale. È un’oca ignorante come un tacco, e, per dare un po’ di pepe, pure dipinta come zoccola amorale (le due cose devono sembrare legate, agli autori). Diventerà pure cocainomane, non facciamoci mancare niente, dài. La interpreta Laura Gigante, bellissima ragazza e (si intuisce) futura bellissima donna, qui relegata a interpretare in una maniera che non le farebbe trovare posto neanche in una recita parrocchiale. Ma poverina, non è colpa sua ma di chi la dirige. E anche il resto è uno sfacelo. È inguardabile Raz Degan che fa continuamente gli occhi da matto mentre chi invece saprebbe recitare è costretto a ruoli parodistici (Ivano Marescotti, Alessandro Haber, Dario Bandiera, Vito), con accenti dialettali esasperati, espressioni grottesche e sbracciamenti tipo nuoto a farfalla in una finale olimpica. Chiara e il suo fidanzato Nico (cognome Zanardi… Andrea Pazienza starà facendo i capitomboli nella bara), trovano della droga nella cantina dello zio deceduto (e Chiara la scambia per zucchero a velo, e giù risatone). Sulle tracce di questa coca c’è il poliziotto Degan - cattivo come se fosse il figlio naturale di Pol Pot e di Guia Soncini - che, SPOILER, alla fine di diversi equivoci e casini farà giustizia per tutti gli spettatori: sparerà a Chiara recitando le immortali parole: “È finito il tempo delle mele, puttana”. È tutto fuori misura, grottesco, con scelte estetiche imbarazzanti, a partire dalla fotografia dai colori esasperati tipo Melevisione oppure flou nelle parti sognanti (ci sono delle sottotrame, mica è un film sempliciotto!) Non ricordo come sia nata questa bislacca operazione cinematografica, distribuita poi in 400 copie: se l’aspirazione era di costruire una sorta di ritratto della gioventù italiana, credo, il risultato è una puzzonata moralistica irricevibile, un lungo videoclip casereccio e ubriaco con suoni e grafiche incongrui e gli effetti speciali di un videogioco di inizio anni Novanta. Quando vedi i titoli di coda e sfilano tutti i nomi di produttori e associati, pensi: ma questi, quando hanno visto la prima volta il film, cos’hanno pensato? A un certo punto c’è un afflato poetico e Nico (Davide Rossi, figlio di Vasco, attore dalla possanza e dall’espressività del gorilla delle montagne) sentenzia: “Shakespeare è Shakespeare!”. Ecco: il problema è che invece Salvati è Salvati. Uno spreco di soldi (e musiche) che lascia veramente sconcertati e che – giuro – non riesci a smettere di vedere perché vuoi capire fino a quale infimo grado di pacchianeria si possa arrivare. Ed è un TRIONFO! (18/11/13)
Vogliamo i colonnelli di Mario Monicelli, Italia 1973
Messa in scena di un timore diffuso degli anni Settanta, timore neanche tanto paranoico, e satira un po’ cialtrona e allo stesso tempo ficcante: Vogliamo i colonnelli presagisce una svolta autoritaria nell’Italia di inizio anni Settanta, sull’esempio greco, organizzata dal nostalgico e intraprendente onorevole Tritoni (Tognazzi, grande anche nella foga scomposta della sua interpretazione). Ci sono idee e materiali, però tanta ambizione è talvolta penalizzata da una confezione confusionaria, che mescola repertorio e scene originali con poca grazia, con fotografia e continuità da salto sulla sedia, infilando nella galleria di mostri anche delle macchiette che svalutano tutto il resto, con la sensazione che sia tutta una burla. Supposti italianissimi che non sanno l’italiano, i soliti terroni ignoranti, le donne bagasce etc.: la struttura da ricostruzione giornalistica diventa una sequenza di sketch su diversi tipi di reazionari da operetta (e Fascisti su Marte, trent’anni dopo non ha aggiornato granché il catalogo) e il valore dell’intuizione monicelliana rischia di perdersi per cinismo registico. Il mestiere di Age e Scarpelli è – di nuovo – indiscutibile, ma le invenzioni dialogiche sono sopraffatte da alcune pigrizie, con parolacce, volgarità, difetti fisici e ricorso ai luoghi comuni di tutti i dialetti possibili, per strappare qualche risata a buon mercato. E si fa torto alla rappresentazione grottesca dell’Italia, dove ce n’è per tutti, tutti parolai: industriali, colonnelli greci (Automatikos!), monarchici, militari, clero, maggioranza silenziosa, democristiani e destrorsi di ogni risma. “Anche la marcia su Roma fu una buffonata... ma riuscì” è una frase che torna due volte e raccoglie il senso del film. Che non m’è sembrato esattamente bellissimo, no. Però - al di là della riuscita complessiva - tanto per cambiare, Monicelli e company avevano visto lungo perché siamo ancora quella roba lì, ieri come oggi, forse anche peggio visto che è evaporata la sinistra. (13/12/13)
La ragazza con la pistola di Mario Monicelli, Italia/Gran Bretagna 1968
Monicelli, in una commovente intervista a Enrico Lucci alle Iene del 2007, l’aveva detto con molta onestà: su 65 film dichiarava di averne fatti 5 belli mentre gli altri li riteneva tutti difettosi. Credo che questo proverbiale La ragazza con la pistola possa essere considerato tra quelli non perfetti anche se mi chiedo: ma posso dire io a Monicelli come si fa un film? No, chiaramente, ci mancherebbe, e questo è un film azzeccato e furbo, dal punto di vista dell’intuizione commerciale e dall’interpretazione dello spirito del tempo, con un ruolo da primadonna alla Vitti indubbiamente riuscito. Inoltre è fotografato benissimo da Carlo Di Palma. Però sinceramente la trama mostra la corda a metà film, è poco armoniosa la svolta del personaggio (da arcaica, la Vitti diventa liberata e ye-yé) e da lì in poi si fatica a ridere. Il sogno ricorrente del ritorno da disonorata in Sicilia è l’invenzione migliore del film e comunque all’inizio funziona l’utilizzo del siculo da barzelletta (“arrovinami!”). Però il tormentone stufa nella ripetitività e si fa ricorso a cose un po’ tristi anche allora (l’inglese “finocchio”, le parolacce, il “puttana” finale). Io ci vedo un po’ di ambiguità in questo ritratto di donna moderna, strizzando l’occhio al pubblico emancipato e poi indulgendo pigramente negli stereotipi comodi per tirare la risata. Vabbeh, detto questo: comunque avercene di film così. (Nota virile, a latere: Monica Vitti, senza essere una prevedibile strafiga da rotocalco, era - e sarà ancora, sempre - di una bellezza straordinaria. Un fascino micidiale, quegli occhi, quella voce. Che amore di donna). (26/12/13)
I Knew it Was You: Rediscovering John Cazale di Richard Shepard, USA 2009
Per chi ha la mia età John Cazale era quello brutto, con la faccia scavata, sofferta, presente sempre in ruoli secondari e pur tuttavia incisivi. Ti sembrava di averlo sempre a mezzo, insomma, anche se in realtà aveva girato solo cinque film nell’arco di sei anni. E però erano questi: Il padrino I e II, La conversazione, Un pomeriggio di un giorno da cani, Il cacciatore. E poi era morto giovanissimo per un tumore maledetto. Questo documentario racconta la sua vicenda umana ma anche la sua bravura riconosciuta e l’affetto che lo circondava. L’amicizia di chi c’era, il calore di Francis Ford Coppola, di Al Pacino, di Meryl Streep (che era la sua fidanzata) o di Robert De Niro (che mise i soldi affinché Cazale fosse ne Il cacciatore) restituiscono un ritratto emozionante di un attore sottovalutato e sempre in secondo piano rispetto ad alcuni giganti, ma non meno bravo. Secco ed essenziale (neanche 40 minuti), un lavoro fatto con amore, visto perfettamente su YouTube. (27/12/13)
La mafia uccide solo d’estate di Pif, Italia 2013
E bravo Piffetto mio che ce l’ha fatta. E ce l’ha fatta bene! Il suo esordio l’ho visto con mal di testa, gastrite e freddo, ma ho molto gradito: è un film riuscito e mantiene lo humour delicato dell’autore, il suo sguardo disincantato e candidamente infantile. Tanto da rendere possibile affrontare un tema pesantissimo come la mafia. Un po’ Amélie, un po’ Forrest Gump ma soprattutto fedele a sé stesso, Pif intreccia storia personale e cronaca e racconta non tanto cosa sia la mafia, ma quanto influisca sulla nostra vita di cittadini: il registro è agrodolce e azzeccato e il film fila agevolmente quando racconta del piccolo Arturo e soffre invece una frattura quando il protagonista diventa un ventenne. Succede sempre quando il personaggio a cui ti sei affezionato cambia faccia, ma aggiungiamoci che la faccia diventa quella un po’ usurata dalla presenza televisiva, dove Pif racconta alla stessa maniera (con voce off) e che qui di anni ne dimostra poco meno dei suoi reali quaranta. Ma dopo lo spaesamento, quando si rientra nella narrazione, si va dritti fino a un finale ricattatorio quanto si vuole, ma emozionante e – posso affermarlo con certezza – sincero. Qualche cacadubbi potrà accusare La mafia uccide solo d’estate di vampirismo emozionale (la commozione per le vittime di mafia diventa parte del film) ma l’intreccio e la costruzione giustificano e assolvono. Ottimo lavoro, ben concertato: intelligente il montaggio, diretti benissimo gli attori, accurata la fotografia, anche quando mescola repertorio vero e finto, e belle le musiche di Santi Pulvirenti, che hanno qualcosa di Tiersen ma filtrato dalla malinconia siciliana senza però tracimare nel folklore. Questo è un film didatticamente interessante, che va incontro al pubblico e dimostra che si può fare del buon cinema con pochi mezzi ma tante idee, come quella banale e rivoluzionaria di raccontare la mafia senza scadere nell’enfasi da tragedia greca (vedi tanta televisione e paracinema) o nella macchietta farsesca. Ultime noterelle: Cristiana Capotondi, in un’altra vita, deve aver posato per Botticelli. Poi, colpo raffinato in partenza: lo spermatozoo che tira una craniata nell’obiettivo. Infine, la cantante Ivana Spagna che viene situata nel 1982: è uno smarrone temporale, probabilmente voluto. La mia ipotesi è che essendo quella l’estate del Mundial, Spagna sia una strizzata d’occhio. A me, di sicuro. (4/1/13)
…
Se ti va, beh, allora…
Qui altre robe mie, metti che:







Albakiara m'hai fatto venire voglia, mannaggia a te 😂
Scusa ma non mi puoi uccidere con "cattivo come se fosse il figlio naturale di Pol Pot e di Guia Soncini", dopo non riesco più a leggere niente perché rido troppo, già avevo cominciato a sentirmi male con gli occhi da pazzo di Raz Degan.