Umiliati e offesi #8 (2014)
Dinosauri, Metropolis, The Kid, E.T., Koyanisqattsi e i calci di Ornella Vanoni
Nel momento in cui scrivo (o riscrivo) - cioè tra il tempo narrativo reale, il 2014, e nella pausa imposta dai lockdown causa Covid - mi rendo conto dell’immensa fortuna di aver visto (e rivisto) tanti film assieme alle mie figlie. Grazie a loro ho avuto due lenti correttive che mi han permesso di vedere i film da una prospettiva diversa, scoprendo angolazioni dello sguardo che mi illuminavano su significati, su messaggi e su note subliminali che il mio sguardo di adulto ormai tralasciava. Le mie due figlie hanno cominciato tutte e due presto a vedere film, sia in sala che a casa: la primogenita Sofia ha palesato subito un interesse per temi forti, non avendo paura di nulla, ed esibendo un distacco critico, anche ironico, già verso i 4 anni: la seconda, Elena, tre anni in meno, invece ha sempre vissuto l’esperienza cinematografica come qualcosa di totalizzante, con piena immedesimazione e sospensione d’incredulità al grado massimo. Qualche tempo fa ho raccontato qui della settimana di trasgressione cinematografica passata con Sofia, tra classiconi e horror. Ora nel mio cinediario ritrovo in un periodo poco posteriore la volta in cui mi sono principalmente dedicato a Elena (e alle sue ansie). In coda ho lasciato una porzione di diario con un twist che ha decisamente qualcosa di cinematografico.
554 – Dinosauri di Eric Leighton e Ralph Zondag, USA 2000
Elena è tornata e, dopo essermi dedicato in maniera efferata alla ottenne Sofia, ora devo qualche soddisfazione cinematografica anche ai cinque anni della sorella. Prometto un film assieme per il sabato sera ed Elena che ha diritto di scelta, istigata da Sofia, opta per questo Disney animato, sempliciotto e caruccio, molto prevedibile ma ben costruito. Aladar è un iguanodonte che per i capricci del destino è cresciuto con una famiglia di lemuri (non ho verificato ma la compresenza giurassica di dinosauri e mammiferi mi pare azzardata). Insomma un Mowgli preistorico ma di ben altra dimensione, ecco. Un asteroide piomba sulla terra, seguono tsunami e devastazione e il lucertolone e le scimmiette devono salvare la pellaccia (non ho verificato ma dubito anche che dinosauri e lemuri parlassero correntemente, oltretutto la stessa lingua - l’italiano! -, ma questi miei dubbi filologici non interessano minimamente la prole che mi prega scocciata di guardare il film in silenzio). Aladar e company si uniscono a un gruppo di dinosauri che si sta dirigendo verso i terreni di cova, una Shangri-là verdeggiante e ricca d’acqua, ma sulla strada ci sono i terribili carnotauri (dei tirannosauri in scala ridotta ma cattivi come l’aglio tanto quanto) da cui tenersi alla larga e un capobranco prepotente e testone. Aladar ha però adocchiato Neera perché tira più uno squame di dinosaura che un carro di buoi e alla fine l’unione fa la forza e le specie continueranno a propagarsi. Fino al prossimo asteroide o cosa è stato che li ha fatti secchi tutti. Elena che molto ha voluto il film non lo ha praticamente visto, nascondendosi a ogni scena che la potesse preoccupare. Sofia invece faceva spallucce a ogni momento di tensione, ricordando alla sorella che lei ha già visto Alien, tiè. (25/1/14)
555 – Metropolis di Fritz Lang, Germania 1927
E dopo Dinosauri la butto lì alle pupattole: vediamo dieci minuti di questo film di papà, dài. Elena e Sofia sono scettiche e sarcastiche: ma cos’è ‘sta roba preistorica, monocromatica, muta? Altro che Dinosauri… E dopo 10 minuti sono catturate mani e piedi e Metropolis ce lo vediamo tutto e con estrema soddisfazione. È la famosa versione colorata e sonorizzata da Moroder, uomo che dopo aver ascoltato Giorgio by Moroder dei Daft Punk ammiro sempre più. Dura un’ottantina di minuti e con tagli, rammendi e velocizzazioni racconta la vicenda come aveva fatto all’epoca Lang. La storia non ve la ripeto ma è una pappa pacificatoria che non a caso piaceva molto ai nazisti. I primi minuti potrebbero dare l’impressione contraria: un film sovversivo (gli operai vivono in condizioni di schiavitù, vessati dal potere industriale) ma in realtà chi lavora non ha volto (non è classe!) e, nonostante l’infernale Moloch che li inghiotte, si chiede loro solo pazienza e arrendevolezza. In presenza di tanti crocifissi, tale Maria catechizza tutti dentro le catacombe, l’infimo livello sotto alle abitazioni operaie (sottoterra). Quando un robot impazzito con le stesse fattezze di Maria invita i lavoratori alla rivolta contro i pochissimi che governano e godono dall’alto, patatrac, ecco la Rivoluzione, incurante del destino dei figli e di portare alla distruzione i mezzi di produzione che agli operai danno da mangiare. Che siano degli schiavi da far ragionare, insomma, è l’idea che va avanti per tutto il film: serve una mediazione tra loro, braccio, e chi li comanda, mente. Thea von Harbou è l’autrice della sceneggiatura ed era la moglie di Lang: vent’anni fa ho letto il suo romanzo d’appendice da cui il film è tratto ed era una cacatona confusissima. L’amico Fritz avrebbe voluto far scappare Maria e il figlio del padrone, Freder, verso lo spazio. Invece arriva la conciliazione e Freder unisce le mani del padrone Fredersen con l’operaio/servo Grot. Mah! Però la messa in scena è veramente incredibile e, a me, la colonna sonora sintetica con diverse cafonate di Bonnie Tyler, Freddie Mercury, Jon Anderson, Billy Squier e tanti altri zarri, solletica sempre. Incredibile come la mia memoria avesse messo da parte alcune piccole sequenze che oggi, a due decenni dall’ultima visione, mi hanno ancora esaltato: come l’ombra di Maria che sale una scala a pioli o una ripresa con la cinepresa evidentemente appesa a un pendolo o ancora un movimento in avanti in sincronia con la mano di Freder. E poi i momenti in cui il robot con le sembianze di Maria si esibisce davanti agli occhi dei ricchi di Metropolis, un eccezionale vorticare di pupille eccitate. Le bimbe erano ipnotizzate ed è emblematico come un cinema senza parole gli dica immediatamente molto più di quanto noi siamo capaci di intendere oggi, storditi da milioni di vocaboli che non servono a niente. (25/1/14)
558 – The Kid di Charlie Chaplin, USA 1921
Capolavoro assoluto visto anni prima con Sofia, devo una visione anche a Elena, che prima pretende e poi piange come una fontana, presissima dalla vicenda. Alla fine mi porge dei dubbi: osserva che Chaplin non è il padre reale del Monello e non capisce bene il rapporto con sua madre. Una volta che le spiego che il vero padre è quello che cresce il figlio e che forse adesso il vagabondo si sposerà con la mamma, allora si tranquillizza e sancisce che allora il film è bellissimo. In effetti lo è eccome, ancora dopo quasi cent’anni. Ilare, ritmato, lirico, intensissimo, con diversi rimandi alla religione ma anche inaspettate affermazioni: in un mondo che non penso vedesse bene nascite fuori dal matrimonio, si proclama ironicamente che l’unico peccato della madre è di aver messo al mondo un figlio. Ci sono i morti di fame e chi diventa un riccone, chi se ne frega e chi fa beneficenza. Marxista no, Chaplin, ma intelligente sì, molto. Ah: the Kid sarebbe poi diventato lo zio Fester della famiglia Addams. (13/2/14)
565 – E.T. di Steven Spielberg, USA 1981
E anche per questo classico, dopo esserci passato con Sofia, ci ritorno su anche con Elena. Che singhiozza e sussulta come un vitello scannato quando E.T. sembra lì lì per cioncare. Mi implora (invano): papà, fa qualcosa! E.T. sta morendo! Purtroppo non riesco a fare nulla ma E.T. ce la fa. E arriva il finale straziante: Elena non si dà pace quando l’alieno se ne va e chiede ansiosamente se esista un film E.T. 2 (ehi, sarebbe un’idea!). Io vedo il film con stolido piacere e apprezzo molto che sia girato all’altezza dei bimbi (i grandi – l’autorità – si vedono pochissimo in volto, se non nell’ultima mezz’ora). È un film che risponde a una semplice domanda, quasi banale: qual è il sogno di ogni bambino occidentale? (Chi non è occidentale, purtroppo spesso preferisce incontrare una pietanza al posto di un extraterrestre). Però la messa in scena di questo sogno è abilissima, poetica e struggente. Nel mio personalissimo e inutile tabellino mi segno poi che E.T. è uno gnomo color merda dagli occhi azzurri, con poteri telepatici, psicocinetici e taumaturgici, va ghiotto di M&M’s e conosce Yoda, pensa le strade della vita e del cinema! E siccome il volo in bici del piccolo Elliott ed E.T. è un omaggio a Miracolo a Milano, ecco quale altro film far vedere presto alla piccola Elena. (6/3/14)
567 – Koyaanisqatsi di Godfrey Reggio, USA 1982
Non faccio altro che mettere il DVD nel lettore e dire ad Elena: se vuoi lo vedi con me, se no se lo vede papà. E lei protesta perché vorrebbe una semplice e inoffensiva Peppa Pig sul computer, però poi si ferma a guardare questa cosa strana, si sdraia di fianco a me e infine entra nel flusso delle immagini, chiedendo, commentando, esaltandosi. E non è difficile capire il motivo: Koyanisqattsi è un capolavoro, con scene che ti restano impresse a fuoco in testa; le corsie dell’autostrada come vene percorse da globuli luminosi, i crolli dei palazzi, il lago che riflette il cielo ripreso a volo radente, le istantanee notturne di Las Vegas, il razzo che parte e la scia nel cielo, il pilota militare in primo piano, la catena di produzione dei wurstel e la gente sulle scale mobili, la luna che si muove in mezzo ai grattacieli, i pulcini martirizzati, le migliaia di carri armati schierati… Un montaggio dinamico, con accelerazioni e pause narrative, che accosta riprese fantastiche e terrificanti, suggerisce, spaventa, ammalia. L’incubo inarrestabile dell’umanità in un’ora e rotti, accompagnati da una musica ipnotica: la terra placida, la natura maestosa e la nostra bestialità autodistruttiva, creature voraci ed egoiste, miliardi di termiti che se magnano tutto. E a fine film tantissime domande di Elena, forse la prossima volta può bastare una Peppa Pig. (9/3/14)
Bonus: Ornella Vanoni e Nuda proprietà di Lidia Ravera, regia di Emanuela Giordano
Ieri sera sono stato al teatro Carcano e lo so che non si tratta di cinema ma se avete pazienza capirete perché ho aggiunto questo bonus. L’occasione per andare a teatro me l’ha data un invito di Paolo Calabresi, collega di lavoro e Biascica di Boris. Quando mi ha chiamato ha premesso: ti invito perché non è una rottura di balle, anzi. E ha ragione: il testo è di Lidia Ravera (una che proprio simpaticissima non riesce a starmi, pur ritenendo Porci con le ali un capolavoro) e nei primissimi minuti, investito dalla loquela di Lella Costa, ho temuto una di quelle cose autoreferenziali e compiaciute. E sbagliavo e aveva ragione Paolo: Nuda proprietà è la storia riuscitissima di Iris e Carlo, lei donna agée che ha venduto la casa - appunto come nuda proprietà - e lui analista, affittuario di una stanza per ricevere i pazienti. La pièce è tratta dal romanzo Piangi pure della Ravera e parla di terza età in modo leggero e intenso: i due protagonisti si conoscono e nasce un amore prima improbabile e poi infine credibilmente commovente. Bravissimi i due attori principali, più acerbi i comprimari giovani che però non fan danno. Opera pulita, registicamente essenziale, molto curata come ritmo e anche costumi: sarà che parto sempre con aspettative bassissime (perché sono un caprone) ma Nuda proprietà m’è piaciuto eccome. Andiamo a congratularci con Paolo nel camerino e mentre io e Barbara stiamo parlando con l’attore irrompe anche Ornella Vanoni, che è un personaggio d’altri tempi. I suoi! Ci si mette davanti non fregandogliene una cippa che stessimo discorrendo con Paolo e comincia uno show fantastico. Lui prova ad arginare il torrente in piena e ai complimenti che gli fa la Vanoni risponde con un “abbiamo avuto lo stesso maestro”, intendendo Strehler, ma lei cita un luminare e aggiunge “non sapevo fosse anche il tuo medico!”. L’equivoco viene chiarito e allora Ornellona nostra rievoca il Maestro e io non posso che ripensare alle scene di Ho fatto splash di Nichetti, con la presa per il culo di Strehler e della sua messa in scena catastrofica de La tempesta. La Vanoni è inarrestabile e ricorda quando Strehler non voleva che lei si sposasse (direi con Lucio Ardenzi) perché il futuro marito “aveva le mani sudate” e mima il gesto di asciugarsele, passandomi una mano addosso. E poi quanto era duro con gli attori, il Giorgio! La Vanoni lo imita tirando due sonore bestemmie e mostrando come calciava gli attori cani, solo che lo fa prendendomi negli stinchi. Paolo non sa bene come intervenire mentre io mi massaggio le gambe sorridendo ma con le lacrime agli occhi per il dolore. Poi per fortuna la badante di Ornella fa presente l’ora tarda e salutiamo la nostra più grande diva che un giorno potrò enumerare tra le donne che mi hanno menato. (15/3/14)
…
Se hai piacere…
Qui altre robe mie, metti che:








Bellissima selezione
Koyaanisqatsi è il mio film preferito in assoluto, ovviamente. La colonna sonora minimalista di Philip Glass non è solo magistrale di per sé, ma il film stesso sarebbe inconcepibile senza quella colonna sonora. Gli Hopi pensano che i primi uomini vivessero in origine sottoterra. Per uscire dalla loro caverna usarono la musica. All’uscita un uccello intonava canti con cui determinava la lingua e la tribù di ciascun uomo che usciva. Quando finì il repertorio, nessun uomo poté più lasciare la caverna.