Umiliati e offesi #9 (2012)
Porci con le ali, Pina, Valhalla Rising, Stoichkov
Porci con le ali commesso da Paolo Pietrangeli, Italia 1977
Io non so chi me lo faccia fare e tant’è ci casco sempre, mani e piedi. Se tutti scrivono che un film fa cacare, niente, io devo andare a controllare come San Tommaso col ditino e ogni volta il ditino lo puccio in un escremento cinematografico, testone che non sono altro. Qui la curiosità mia nasceva da una debolezza di cui vado orgoglioso: Porci con le ali è un romanzo a cui voglio un sacco di bene. Non lo rileggo da almeno 15 anni, se non di più, ma l’ho sempre amato tantissimo, fin dalla prima lettura un venerdì sera dell’inverno 1987, quando ero uno studente di quarta liceo in un momento di scarsissima popolarità sociale. L’avevo trovato (“IX edizione, 300mila copie”) su una bancarella sotto il palazzo della Borsa di Genova, vicino a piazza De Ferrari, e arrivato a casa lo avevo divorato, pensate le seratone che passavo. Poi vari amici me lo avevano chiesto e, un prestito dopo l’altro, il volume originale della Savelli con copertina di Pablo Echaurren era passato pure da Roma e dalla Francia, tanto che una penna anonima aveva lasciato scritto: “…di mano in mano chi sa se tornerà al legittimo proprietario”. Ed è tornato, sì, ma ogni tanto mi sveglio la notte e vado subito a controllare se è ancora in libreria. C’è (ho appena controllato, non si sa mai). Per cui vedo il film per curiosità collezionistica e masochismo, sapendo che sarà come andare a curiosare morbosamente la carcassa di una macchina dopo un incidente spaventoso. Il film è effettivamente orrendo, inguardabile, ridicolo e autenticamente drammatico e, come si suol dire, ha anche dei difetti. Inoltre è poco aiutato da un’edizione con la fotografia di Dario Di Palma slavata e nel formato televisivo in 4/3. Il regista è Pietrangeli figlio, Paolo (quello del Maurizio Costanzo Show che voi conoscete per aver scritto e cantato Contessa ma che io ho tanto amato grazie a Ma perché mi dici sempre e Mio caro padrone domani ti sparo), e il risultato è pedestre a essere generosi, con dialoghi che su carta erano spontanei e qui sono artificiosi, retorici, teatrali, una cosa turpe da facciamo i giovani cazzo, oltretutto sottolineati da una musica orchestrata in modo magniloquente da quella buontempona di Giovanna Marini. Cosa raccontava il libro? La liberazione politica e sessuale, il pubblico e il privato, la scuola e l’affettività di due adolescenti che stavano scoprendo il mondo. Tutto con leggerezza, ironia e la generosità che si riserva a chi è ancora puro. Era un libro che ho amato perché c’erano dentro vita e contraddizioni e si respirava anche il clima settantasettino, quella voglia di esserci, di fare, di disfare e di ricostruire, fuori dagli schemi imposti della società (e della politica) dei grandi. E cosa ti fa il Pietrangeli? Un disaster movie, ecco cosa ti fa, perché se gli autori del libro erano poco più vecchi dei protagonisti Rocco e Antonio, qui si sente invece una distanza siderale. La regia vorrebbe rendere il clima di quegli anni Settanta e troviamo momenti di musical, femminismo tutto per slogan, vecchi sessantottini trattati da scemi, cori, fischi, canti, marcette, dichiarazioni dritte in camera e pure Beniamino Placido che parla latino, cita Gramsci e idolatra Berlinguer. Mi segno anche che c’è una scena ambientata nel cortile dove abitava Fantozzi (a Monteverde, nel caseggiato di via Donna Olimpia, al 30: Internet è utillimo per tutte queste scemenze). Non ricordavo nel romanzo la faccenda della radio privata né Rocco che parla a sé stesso attraverso un nastro preregistrato ma è comunque tutto finto, di cartone, fasullo, respingente. La musicalità del libro, il sesso come espressione, il dialogo come conoscenza: tutto perso. Inoltre abbiamo a che fare con un comparto attoriale molto zoppicante (sto evitando denunce, è chiaro) e dove spicca l’imbarazzante Lou Castel, a cui forse si era chiesto di ipotizzare il penoso imborghesimento del ragazzo dei Pugni in tasca. Ne è uscita una macchietta al cui confronto sono veniali le prestazioni nei ruoli di Rocco e Antonia di Franco Bianchi e di Cristiana Mancinelli (figlia di Elsa Martinelli), belle facce ma capacità canine. Il film è clamorosamente statico e verboso e si arriva all’amore tra i protagonisti dopo 40 minuti eterni. Dopo altri 25 Rocco e Antonia sono già in crisi e si vogliono lasciare. In un afflato democratico votato alla parità dei sessi si vedono sia la patrucola irsuta di lei che il burrito moscio di lui, ma zero eccitazione, libertà, divertimento: è tutto pervaso da un funereo senso di sconfitta, di noia, di morte civile. L’ingenua generosità generazionale diventa solo una lamentosa rottura di palle, ambientata in camere finte, in ordine, allestite negli studi De Paolis. All’uscita del film i veri Rocco e Antonia, Lidia Ravera e Marco Lombardo Radice, si dissociarono e anch’io protesto veemente contro questo scempio con questo fulgido esempio di attivismo da tastiera. AH MA SE MI SENTONO. (6/9/12)
Pina di Wim Wenders, Germania 2011
Quanto sarebbe stato bello se Pina fosse stato dedicato alla donna che chiama la ditta ItalPetrolCemenTermoTessilFarmoMetalChimica per avere notizie del marito assente da 18 giorni. Pensate Wenders alle prese con la signora Fantozzi… e invece no, purtroppo! Pina è un documentario non convenzionale (per fortuna) sulla Bausch, profetessa del teatrodanza. Non una consueta biografia punto per punto, ma un esercizio artistico su materiale altrui, ponendosi il problema di come riprenderlo e restituirlo a chi non è fisicamente a teatro a goderne. In questo senso è interessante la scelta del 3D, con forme sempre in primo piano su ambienti diffusi. Poi, se volete sapere chi sia Pina Bausch, le tappe della sua vita e dell’elaborazione del suo metodo, allora dovete andare su Wikipedia perché Wim non si pone granché questo obiettivo. Il suo film mostra la danza: non c’è biografia dell’artista, non c’è storia, non c’è sviluppo, la danza parla da sé. Il linguaggio è coerente, c’è una forma perseguita e ottenuta e, pur con alcune riserve, il documentario è complessivamente bello, lascia un’emozione plastica e non risulta un’operazione intellettuale anche se potrebbe sembrare. Il lavoro ha radici antiche - il regista e la Bausch si conoscevano dal 1985 - ma la danzatrice c’è rimasta secca nel 2009 e allora Wenders ha proseguito il lavoro con la sua compagnia, la tribù dei piedi neri (deve fare molto artista avere le piante dei piedi zozze, significa fatica e sofferenza sulle assi del teatro e orgogliosa rivendicazione contro concetti antiquati e borghesi come bidet). I ballerini sono tutti di una bruttezza impressionante e la grazia dei loro corpi e dei movimenti stride con delle facce e delle corporature che mai diresti adatte all’esibizione coreutica. Le testimonianze che portano sono in voce off su loro ritratti e a dire il vero non dicono cose particolarmente interessanti, robe tipo: “era tanto brava”, “ha tirato fuori il meglio di me”, “mi ha insegnato l’onestà”, “mi ha tolto la timidezza”. Però c’è anche un’onestà nel non cercare dichiarazioni eclatanti, c’è come una normalità molto piacevole. Il documentario illustra quattro messe in scena nel teatro della compagnia a Wuppertal e WW fotografa soltanto, e nel modo migliore, le coreografie, entrandoci dentro, rispettandole ed esaltandole (e penso quanto la Bausch debba avere ispirato Vanessa Beecroft). Ai miei occhi ignoranti di uomo tersicoreo abituato al name dropping di gente come Twyla Tharp, Merce Cunningham, Martha Graham e Carolyn Carlson, certe volte i movimenti sembrano quasi banali, ma per dargli un’aura di mistero e rivelazione basta l’ombra del genio della Pina. Ogni danzatore ci regala un suo momento e se alcuni sono sfolgoranti, ce ne sono altri che se li eseguisse un artista di strada non gli daresti neanche 20 centesimi, neppure se li facesse la Pina (ma quella del tango del veglione di Capodanno, la signora Fantozzi. Vabbeh, SCUSATE, MA NON SI PUO’ PIU’ DIRE NULLA). Ma in fondo, cosa ne so io che della Bausch ho visto solo un Orfeo ed Euridice, al Carlo Felice di Genova nel 1994, e ricordo giusto un albero malandato in scena, sofferente come me in platea? Dài: il film m’è piaciuto e permette la ricomposizione con un regista che ho amato fino all’alba degli anni Novanta per poi trovarlo insopportabile, tronfio, cialtronesco, il Veltroni del cinema d’autore. In questi anni Pier Paolo mi ha raccomandato Land of Plenty e Don’t come Knocking ma non ho ceduto. E ricordo che da Palermo Shooting mi aveva tenuto lontano la partecipazione urlata di Giovanna Mezzogiorno. Forse dovrei ritrattare la mia intolleranza. Ma anche no, dài. (25/7/12)
Valhalla Rising di Nicolas Winding Refn, 2009
A questo titolo ci arriviamo dopo lunga contrattazione: Barbara vuole una commedia. In italiano. Ha sonno, le cala la palpebra e bla bla. Ma commedie italiane non ne abbiamo. Allora dico Funeral Party! Ma ho affittato il remake di Neil LaBute e realizzo l’errore quasi subito. Lei sbuffa. E io propongo: ma perché non ci vediamo un po’ di sberle vichinghe? E dài! MOVIMENTIAMO! E lei ci sta, ci casca, accetta, la sventurata. Ma altro che cappa e spada. Il passo è autoriale, mica Conan: qui vedi cervelli aperti o pance squartate, carne a brandelli e sangue che ruscella a fiumi. Ma capita ogni venti minuti e nel frattempo vedi facce ieratiche, bravissimi immobili paesaggi (scozzesi) e mutismi significativi. La storia è semplice: siamo nel Mille quasi Millecento e One Eye (Mads Mikkelsen) è prigioniero di vichinghi pagani, dei tipi cativi cativi. Lo usano come attrazione, come gladiatore contro altri prigionieri e lui vince vince vince. Finché un bel giorno riesce a liberarsi e mena gran strage di chi lo teneva in cattività. Salva la vita solo al ragazzino che gli dava da mangiare. La fuga porta l’uomo, guercio e muto, a incrociare altri vichinghi ma stavolta cristiani, gente devota che ha la balzana idea di unirsi alla Prima Crociata, solo che i piani di navigazione sono confusi e, come in Asterix e i normanni, il drakkar è avvolto da un nebbione eterno. Persi il sole e la rotta, finiscono tutti in Nord America e il proposito di colonizzare i nativi gli dice male e va tutto in vacca. Credo che i dialoghi del film abbiano trovato spazio in un A4 fronte e retro e la vicenda è dinamizzata da flash di incubi premonitori del silente protagonista. Poche parole, intensissimi concetti, fino a un finale sacrificale che commuove e sconvolge. One Eye va incontro alla morte obbedendo alle visioni che ha avuto, inverandole, perché non si sfidano gli dei. Per il ragazzino che lo ha curato, invece, e anche per il prete buono dell’equipaggio vichingo, c’è compassione e illuminazione, la salvezza, perlomeno temporanea. Moriranno in stato di grazia, pervasi da un’aura di luce che ne sottolinea il ruolo positivo nel loro passaggio terreno. E io cosa posso dire a fine visione, mentre Barbara ronfa come un tronco di conifera? Ma che ‘sto film è un CAPOLAVORO, scostante ed esigente, violentissimo e lirico, assolutamente una goduria. Refn sfrutta tutto il cinemascope e questo è un sorprendente ed esaltante cinema per immagini, finalmente, come deve essere, un’opera d’arte visiva. Estetizzante, hanno sbuffato alcuni critici cacacazzo. Ma scusate: Leonardo era estetizzante perché il dipinto della Gioconda è preciso? Qui non c’è solo forma, qui c’è carne viva, polpa, sangue, la brutalità dell’uomo, la fatalità, l’inganno, la compassione, l’accettazione del destino. Ma cosa volete di più? (12/9/12)
Stoichkov di Borislav Kolev, Bulgaria 2012
Finalmente il mio primo film bulgaro! Chi mi conosce sa della mia passione per il paese delle rose, gli altri mi chiedano a voce ché è cosa troppo lunga da spiegare (ma posso anticipare che c’entra il Subbuteo). Ad ogni modo, per pigrizia mai mi sono avventurato nella cinematografia bulgara, perdendo sicuramente qualche pensoso film lirico. L’occasione per questa prima volta - anche se con un documentario - me la dà una rassegna cinematografica su cui non ho preso appunti e di cui mai più saprò i motivi, fatto sta che al cinema parrocchiale Rosetum, a 1 km da casa, c’è questo doc dedicato a Hristo Stoichkov, il migliore giocatore bulgaro di sempre e gran personaggione, e allora io alzo il culo e me lo vado a vedere. In sala ci siamo io e altri tre bulgari che poi rideranno e schiamazzeranno come matti. E perché questa reazione? Beh, se non siete appassionati di calcio il nome Stoichkov potrebbe non dirvi niente, è comprensibile: Hristo è il classico calciatore con cui - per una breve stagione - s’è identificata una nazione intera. Un simpatico rissoso talentuosissimo levantino che ha portato la Bulgaria a un quarto posto mondiale (1994), che ha vinto col Barcellona tutto quello che si poteva vincere a livello di club e che ha avuto alterne fortune in altre occasioni. Il documentario ha un’idea carina: si segue sottotraccia la trama del film preferito di Stoichkov, All Is Love (Vsichko e lyubov di Borislav Sharaliev, 1979), un film di formazione, e grazie al protagonista Ivan Ivanov seguiamo anche le gesta del calciatore, dai suoi esordi fino al successo mondiale. Stoichkov era un ragazzetto soprannominato Itso, assai peculiare, come dichiara: “Non c’è atto vandalico che non abbia provato”. Si parte dalla scuola, nei banchi originali, assieme ai vecchi compagni della prima squadra, il Maritsa. Gioca poi nel Plovdiv finché approda al CSKA, la più importante squadra bulgara, dove diventa un giovane leader ma anche il protagonista di un fattaccio epocale, un rissone micidiale nella finale di Coppa di Bulgaria, con Hristo particolarmente attivo nel menare e pestare piedi. Il Partito Comunista bulgaro squalificò molti giocatori – salvo poi perdonarli - e fece cambiare nome alle squadre (ritornate a quelli originali solo alla fine del comunismo). In Coppa dei Campioni Stoichkov venne notato dal Barcellona di Cruijff e, una volta andato in Spagna, da lì cominciò la sua notorietà internazionale. Hristo diventa presto anche il simbolo della nazionale, con la rocambolesca qualificazione ai mondiali del 1994, quando i bulgari eliminano i francesi all’ultimo secondo con un gol da paura di Emil Kostadinov. E quindi c’è l’avventura ai mondiali di calcio USA 1994: la Bulgaria è una squadra di rissosi, litigiosi bevitori e mangiatori, un gruppo di simpatici contadini che sembra venuto fuori da un film di Kusturica. Il comunismo era finito 4 anni prima e leggi ancora la fame in faccia a gente come Nasko Sirakov, Jordan Letchkov o Borislav Michailov. Tra grappe, kebab, canti, giochi di carte, danze e tuffi in piscina, il gruppo viene ricompattato dall’allenatore Dimitar Penev e si spinge fino alla sconfitta in semifinale con l’Italia (per poi perdere anche la finalina per il terzo posto, con la Svezia): la storia raccontata è un po’ tronca e si passa direttamente dalla clamorosa e leggendaria vittoria contro la Germania nei quarti di finale ai festeggiamenti per le strade di Sofia per il quarto posto, accolti come eroi. Dopo la Germania Hristo aveva proclamato: “Dio è bulgaro!”. E dopo aver perso con l’Italia: “Dio è bulgaro, ma purtroppo l’arbitro era francese!”. Siccome la sconfitta nel documentario è rimossa ve lo dico io, che avrei anche migliorato il film con meno patriottismo e più amore per la guasconeria del personaggio. Le telecronache bulgare peraltro sono nazionalistiche e retoriche da fare impressione, che al confronto Pizzul sembrava uno scapestrato hippie. Della carriera del nostro il documentario tralascia anche l’esperienza non grandiosa col Parma ma in compenso conosciamo il versante familiare: una moglie amatissima e due figlie simpatiche, un po’ spaesate da questo padre campione cazzone e che da bambine vedevano poco. Dopo il gol spettacolare contro la Spagna agli europei del 1996, annullato per un fuorigioco inesistente, il racconto approfondisce la permanenza al Barcellona, dove Stoichkov è trattato come un idolo anche se – e ci mancherebbe che lo calunniasse il “suo” film – si diceva che rubasse negli spogliatoi (ma è una faccenda che a lui divertiva non smentire, come a far capire chi comandasse). La narrazione è impreziosita dalle testimonianze di Johann Cruijff e del soprano tifoso José Carreras (!). Hristo era un calciatore generoso e gaglioffo, fumantino e leale, che indossava sempre la maglia numero 8 perché è il simbolo dell’infinito. Il suo amore per la Bulgaria non è stato poi granché ricambiato: la moglie lo accenna ma non si insiste. Tirando le somme, non un gran documentario però piacevole, tanti gol e belle immagini storiche che mi hanno riportato indietro a una delle estati più rimpiante della mia vita, quella del 1994, quella passata ascoltando i Nirvana, maledicendo il governo e aspettando invano che il calcio di rigore battuto da Roby Baggio entrasse in porta. (19/9/12)
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