Heroes #1: Vic Vergeat
Storia intima e pubblica di un artista unico e di un amico
Due anni fa, dopo una malattia crudele, ci ha lasciato Vic Vergeat, un musicista rock sui generis, talento artistico originale, diverso, refrattario a una categorizzazione musicale precisa. Tanto che sulla grande stampa (…) di lui non s’è ricordato nessuno. Oltre al tributo di diversi colleghi musicisti, lo ha omaggiato solo qualche sito specializzato e la stampa locale dell’Ossola o della Svizzera italiana.
Ma in Italia, no: presunti espertoni, articolisti da quotidiano, anche giornalisti di valore nelle riviste di settore: nessuno s’è occupato di lui e della sua scomparsa, proprio nessuno. Amnesie? Ignoranza? L’equivoco che Vic fosse svizzero e allora non meritasse il riconoscimento da dedicare “ai nostri”?
Non lo so. So che, come da luogo comune, il silenzio è stato assordante e per chi ha conosciuto Vic e amato la sua musica, il suo modo di fare, anche i suoi inciampi di carriera, questo silenzio è ingiusto. Non sarà mai un mio pezzo letto da cento fedeli lettori a rendergli giustizia ma, per chi lo ha conosciuto e apprezzato, è forse un piccolo ma doveroso risarcimento, e per gli altri che non lo conoscono magari un punto di partenza da cui cominciare ad apprezzarlo come meritava.
Vic io l’ho conosciuto solo vent’anni fa: all’epoca curavo una rubrica per il periodico Rolling Stone e sapevo di questo musicista che aveva fatto furore all’inizio degli anni Settanta. Ascoltati e apprezzati i suoi dischi, da appassionato di hard rock sempre alla ricerca di vicende interessanti, chiamo la piccola ma agguerrita etichetta discografica Akarma di La Spezia che lo produce e che distribuisce le sue cose, dai Toad - suprema band hard rock italo-svizzera - alle più recenti prove soliste. Mi passano il suo numero di casa e mi avvertono: “Attento! È diffidente coi giornalisti, il Vergeat!”. Lo chiamo, ci annusiamo e dopo pochi minuti finiamo a parlare di Mike Bloomfield e Peter Green, due perdenti nella logica mercantile dell’industria musicale, due geni per noi e per tutti quelli che la musica la ascoltano con passione. Per capirci al volo: Mike Bloomfield è la chitarra di Highway 61 Revisited di Bob Dylan mentre Peter Green è il fondatore dei Fleetwood Mac (e autore di Black Magic Woman), prima che la band abbandonasse il blues a favore del pop, tirando dune di coca su per il naso. Bloomfield e Green sono due musicisti che hanno saputo mettere in musica con sincerità estrema tutta la loro gamma di emozioni nonché la loro difficoltà di vivere, senza mai sembrare dei semplici imitatori della tradizione blues nera: che piacessero a Vic era già un indizio forte della sua personalità.
Vic accetta che lo intervisti e vado a trovarlo a casa sua a Domodossola, tra cime innevate maestose e sotto un cielo limpido che - come l’Ossola partigiana della mia memoria - per me significa coraggio e libertà. E scopro che se a Vic piacciono i beautiful loser come Green e Bloomfield, allo stesso modo non ama chi è riuscito ad avere un’affermazione trasversale, come Stevie Ray Vaughan, Prince o Springsteen, per esempio. È un altro indizio rivelatore del suo rapporto difficile col successo. Nessuno è perfetto ma ci troviamo d’accordo sui massimi sistemi. E mi chiedo: come ha fatto uno così, mostruosamente dotato in termini compositivi, esecutivi e spettacolari, a non avere avuto un riconoscimento unanime? È stato uno dei migliori chitarristi rock italiani, autentico artista di culto per gli appassionati, ed è rimasto sconosciuto ai più, anche se è probabile che lo abbiate visto anche voi, senza sapere chi fosse, quando faceva parte della band di Gianna Nannini.
Vanta una carriera iniziata negli anni Sessanta e che lo ha portato a suonare in tutta Europa e Stati Uniti, esibendosi per pochi fortunati in un pub o per decine di migliaia di spettatori a tanti festival; ha inciso album con budget milionari e altri a costo zero e venduto comunque parecchie copie della sua non esile discografia. E dovunque abbia suonato – disco, concerto o turno in sala che fosse – ha lasciato il segno, umano e artistico. Perché, nella carriera di Vic, tutte le volte che il successo definitivo sembrava dietro l’angolo, qualcosa s’è messo di traverso?
Con il mio collega delle Iene e amico fraterno Riccardo decidiamo di filmare subito un concerto del musicista, a budget zero e con attrezzature di fortuna prese in prestito involontario - diciamo così - in redazione. Il Dvd che ne viene fuori è ruspante ma efficace: Live at Music Village ottiene solo recensioni positive però la distribuzione della Cramps è difficoltosa se non nulla e il titolo rimane una chicca per appassionati.
Tra il 2005 e il 2008 lavoriamo comunque all’ipotesi di un documentario su questa incredibile vicenda musicale e per raccontare la storia di Vic Vergeat giriamo un centinaio di ore di interviste e di concerti, tutto materiale in cassette Dv che non ho mai digitalizzato. Poi la vita ha preso il sopravvento e il documentario è entrato in stand by ma la storia del musicista e dell’uomo c’è ancora e per fortuna non dipende dal fatto che ci sia sfuggita di mano la sua narrazione.
Questa storia me l’ha raccontata, senza filtri, il protagonista: Vittorio Vergeat, di famiglia della Val Vigezzo, nasce nel 1951 a Domodossola e rimane presto folgorato dal rock’n’roll che arriva dal Regno Unito e dagli USA, ottenendo a dieci anni la sua prima chitarra.
È il classico bambino prodigio: ribelle, insofferente alle regole e alla disciplina, ma con le idee chiare su come e cosa suonare. Per tenerlo a freno i genitori lo mandano in collegio, da cui fugge: il suo liceo lo frequenta on the border, nei locali tra Como e Chiasso (nomen omen) suonando giovanissimo nella band beat Black Birds. Dolce Delilah nel 1967 è il battesimo su vinile che sul retro presenta anche la prima composizione di Vic, l’ingenua Torna verso il sole che però sfodera un suono di chitarra distorta acidissimo (“Il tecnico del suono, in camice bianco, si lamentava: si è rotto qualcosa!”). All’epoca Vergeat non è ancora iscritto alla SIAE e la canzone viene accreditata al produttore: “La prima inchiappettata”, termine tecnico conosciuto da molti musicisti alle prime armi e non solo.
La “vecchia” musica pop è intanto soppiantata dal rock e il chitarrista studia maniacalmente due fenomeni artistici che per lui rimarranno sempre fondamentali: i Beatles prima ed Hendrix poi. Jimi rompe ogni schema e il suo strumento lo fa cantare, piangere, urlare. Anche per l’esuberante Vergeat la chitarra diventa un simbolo fallico da masturbare, un corpo femminile da accarezzare e una mitragliatrice da far deflagrare. Lo fa con gli Underground, a Lugano, assieme all’uomo orchestra Hunka Munka. Diventano un’attrazione che riempie i night, al punto che i gestori temono la fuga di Vic, cosa che accade puntualmente, quando una notte scappa con la sua chitarra e la fidanzatina alla volta di Londra. Siamo nel 1969 e la capitale britannica diventa la sua università. Per 7 mesi Vic è tutte le sere prima a mangiare al Ritz – perché è un dandy viziato – e poi al leggendario club Marquee per imparare dai maestri.
Armato della sua Les Paul del ’58 frequenta anche gli Hawkwind, un gruppo di profeti dello space rock: “Loro erano drogatissimi e io ero pulito e innocente. Perlomeno ancora!”. Finisce subito, dopo alcuni giorni in sala di registrazione. Il leader Dave Brock oggi nega un’affiliazione ufficiale ed è probabile che si trattasse solo di una prova ma non vedo perché Vic abbia dovuto mentire, non apprezzando neanche la musica degli esordi degli Hawkwind stessi (dove poi arriverà Lemmy prima dei Motörhead).
Vergeat torna in Italia nell’ottobre 1970 e assieme al cantante Benji Jaeger e alla sezione ritmica della cult band psichedelica Brainticket (Cosimo Lampis alla batteria e Werner Fröhlich al basso, due mastini) forma i Toad, che registrano il primo omonimo album due mesi dopo, di nuovo a Londra, con ospite Peter Green ma solo per suonare alcune percussioni. Grazie anche al lavoro del sound engineer Martin Birch (poi mastermind produttivo di Deep Purple, Iron Maiden, Blue Oyster Cult, Rainbow, Whitesnake e tanti altri), questo esordio è bello e inventivo, con la Firebird straripante del leader in evidenza, e si muove con originalità tra le coordinate stabilite da Grand Funk Railroad e Led Zeppelin. I Toad suonano spesso in Svizzera, anche al festival di Montreux (nel gennaio 1971, su invito del mentore Claude Nobs) dove in diretta televisiva Vic rompe più volte le corde della sua chitarra (con conseguenti assoli riparatori di batteria). In Italia le date sono invece sporadiche (lo Space Electronic a Firenze, il Piper a Roma, ovviamente i locali di Domodossola) e la band “frontaliera” viene – e verrà sempre – equivocata come esclusivamente elvetica, con conseguente poca considerazione.
Presto Jaeger si chiama fuori frustrato (“Non si divertiva molto quando improvvisavo per quindici minuti. E quindici minuti era un assolino!”) e i Toad diventano un power trio che nel 1972 sforna il perfetto album Tomorrow Blue, capolavoro riconosciuto hard rock e progressive, dove l’ascendenza heavy blues è stemperata nella capacità melodica di Vic e dalla varietà di ritmi e atmosfere, aggiungendo alla ricetta anche un violino indemoniato.
I Toad partecipano ai classici raduni italiani dell’epoca (Palermo Pop Festival nell’agosto 1971, assieme a Black Sabbath e Colosseum; Villa Pamphili a Roma, nel 1972) ma i grandi riconoscimenti li hanno in Francia, Germania e Svizzera, con buoni riscontri di vendite – specialmente con il singolo Stay! – accolte dal nostro con tipica spocchia giovanile: “Quando eravamo tra i primi in classifica ero incazzato nero! Volevo essere il 33°!”.
Succede anche di aprire per i Deep Purple o per i Genesis in un tour francese (e in questo caso di diventare dopo alcune date gli headliner), ma il momento non viene sfruttato. Il gruppo si prende una pausa nel momento più propizio e Vergeat va a vivere a Roma.
In attesa di realizzare un album solista che arriverà solo tanti anni dopo, presta la sua chitarra alla RCA (facendo turni per Renato Zero ed Ennio Morricone) e si butta in grandi jam, complice l’amicizia con i membri del Rovescio della Medaglia. Addirittura interpreta un cantastorie hippie nella truffaldina riedizione di uno spaghetti-western, Sparate a vista a Killer Kid, anonima coproduzione jugoslava e tedesca di metà anni Sessanta che aveva l’unico merito di esibire come protagonista secondario Mario Girotti. Che a inizio Settanta diventa Terence Hill e sfonda grazie ai film di Trinità e allora vai di riciclo. Ma il pubblico – non sembra senza motivi – non abbocca.
Nel 1974, mentre tutto il rock commerciale si divarica e va verso l’hard o il pop e finisce quella magia per cui si poteva suonare tutto, senza limiti, Vic diventa l’unico biancuzzo in una scatenata band soul nera, quella di Wess, gli Airedales: nel suo percorso di studi, questo è un master in una piccola facoltà, diciamo, ma di grande valore anche se limitato a balere e piccoli locali, dopo la notorietà che Wess aveva ottenuto grazie ai duetti con Dori Ghezzi.
Dopo Dreams, un disco di rock’n’roll a nome Toad, gradevole ma un po’ sfocato e senza alcun riscontro commerciale, Vic torna a Londra in piena esplosione punk e collabora con Pete Sinfield (già paroliere di Emerson Lake and Palmer e della Premiata Forneria Marconi), Mitch Mitchell (il batterista della Experience di Hendrix) e John Giblin (bassista sessionman extraordinaire che avrebbe poi suonato con Peter Gabriel, Paul McCartney e i Simple Minds). Non ne viene fuori nulla e purtroppo non ci sono nastri che testimonino questa avventura estemporanea.
Si torna sulla strada ancora con i Toad che dal vivo sono un calderone dove confluiscono blues, hard e funk, in naturale combustione. Una scelta musicale istintiva che il business (a differenza del pubblico dei concerti) non capisce e non asseconda. I manager vogliono un Vic guitar hero, truce, tutto pelle e borchie e la Capitol prova a lanciarlo sul mercato statunitense con un’immagine tamarrissima. Musicalmente lo cura Dieter Dirks, deus ex machina del successo mondiale degli Scorpions, e Vergat (come viene rinominato per facilitare la pronuncia yankee, roba da chiodi) pubblica un album, Down to the Bone, dalla terribile copertina metallara: “Mi chiedevano di fare la faccia cattiva, sul palco o davanti ai fotografi”. La cosa pare funzionare (il disco entra nella classifica di Billboard) e in realtà sotto lo smalto della produzione c’è la consueta varietà di generi, spaziando dal boogie al funky al soul. Seguono diverse date in giro per gli Stati Uniti, aprendo concerti per Nazareth, Scorpions, Status Quo, Rory Gallagher e il Joe Perry Project (del chitarrista degli Aerosmith, all’epoca fuori dalla band), ma Vic è una rockstar riluttante e non è il tipo che la manda a dire. E così, all’interno delle major losangeline, diventa il musicista genialoide da trattare con le pinze perché poco controllabile. La sua sezione ritmica dell’epoca diventerà poi multimilionaria nei Ratt, gruppaccio hair metal, mentre il nuovo album solista, Weapon of Love, alla fine non esce, dopo epocali scazzi col produttore.
Tutti gli anni Ottanta passano all’insegna della frenesia tipica dell’artista ossolano: diventa padre due volte, si sposa, divorzia e sembra formare un supergruppo con strumentisti mostruosi come Rick Wakeman e Carl Palmer, evento annunciato dalla stampa e dalla tivù tedesca. Poi ha un nuovo successo in Svizzera con una band pop rock (i Bank, assieme a Kelvin Bullen, bassista ma già chitarrista con Pino Daniele e tanti altri artisti italiani), perde un ingaggio milionario con la MCA e incide con il cantante degli elvetici Krokus, Marc Storace, una bella cover di When a Man Loves a Woman. Ma il singolo viene bloccato dalla casa discografica finché lo stesso arrangiamento – come per magia – viene fuori nella hit planetaria di Michael Bolton, vicenda che avvelena il povero Vic.
Gli anni Novanta sono quelli del ritorno in Europa e vanno meglio, anche se non nel modo più prevedibile: infatti nel 1993, assieme alla figlia Neve, Vic scrive la sigla di Pingu, un cartone animato svizzero venduto in tutto il mondo: canta David Hasselhoff, il bel tomo di Supercar e Baywatch, e la canzoncina ottiene un buon successo. Ma soprattutto Vic riforma i Toad e fa uscire un album intenso e roccioso, Hate to Hate, in cui si scaglia contro la guerra in Iraq (ed era solo la prima guerra in Iraq). Torna in tour col suo gruppo storico e poi è ospite di lusso di un’altra band svizzera che sta andando alla grande anche fuori dai confini patrii, i Gotthard, partecipando al 2 volte disco di platino live album D-Frosted.
Nel 1998 incontra Gianna Nannini grazie alla conoscenza comune del manager Peter Zumsteg e con lei scrive parte dell’album Cuore (e anche un’altra sigla che funziona, quella di Lupo Alberto!). Dopo oltre un anno di concerti assieme - tra tour e tante apparizioni tivù - Vic decide di dedicarsi di nuovo alla sua carriera solista: nel 2002 licenzia un buon album dal vivo, No compromise, e partecipa anche a due tributi hendrixiani che rilanciano il suo nome tra gli appassionati e i critici, specialmente oltre oceano. Qualcosa però si blocca: dopo anni e anni di tentativi, il guerriero è stanco di combattere.
Ed è qui che arrivo io e l’ipotesi di un documentario. Negli anni di frequentazione che seguono vediamo Vic suonare a festival e feste di piazza, in pub, teatri e (letteralmente, in esibizioni sempre clamorose) per la strada, acustico ed elettrico, al Blue Note di Milano come all’Hard Rock Cafè di Mosca o al prestigioso Estival di Lugano. Sempre a fianco del pazientissimo e talentuoso bassista Michi Guaglio e con amici vecchi e nuovi (James Brown, Helmut Lipsky, Mel Collins, Giorgio Di Tullio, Jo Macrì, Steve Lee, Kat Dyson, Cindy Blackman, Mary Birch, Franz Di Cioccio e Patrick Djivas, tra le tante collaborazioni), il chitarrista insegue progetti artistici inediti, talvolta strampalati, più spesso generosamente incoscienti. Il poeta e cantautore brasiliano Vinicius de Moraes ha scritto un verso che credo sia perfetto per raccontare il Vic che conosco in quegli anni: “La vita, amico, è l’arte dell’incontro” (ed era anche il titolo di un album bellissimo che univa Vinicius a Sergio Endrigo, Toquinho e Giuseppe Ungaretti). Vic era un maestro di questa arte dell’incontro: con lui, sempre, era tutto un incontro di energie, intelligenze ed esperienze nuove.
Negli anni Dieci si dedica soprattutto alla chitarra acustica, con diversi album meritevoli ma poco noti, fino all’insorgere di una malattia che comincia a consumarlo lentamente. Svaniscono alcuni ricordi ma non l’abilità allo strumento, per nulla intaccata dalla ferocia della malattia che però ha il sopravvento il primo novembre del 2023.
Lo salutiamo pochi giorni dopo in piazza a Domodossola. Siamo in tanti: ci sono la moglie Carmen, i figli, gli amici di una vita e molti musicisti che hanno diviso con lui un pezzo di strada, tra ricordi commossi e anche curiosi e leggeri, perché Vic era un uomo spiritoso, gioviale, autoironico.
Io costruisco una sorta di ritratto per i convenuti. Cos’abbiamo capito di un artista così originale? Vic aveva una voce chitarristica unica, non faceva prove (“Un pittore dipinge la tela una volta sola, no?”) e improvvisava sempre la scaletta del concerto (facendoci impazzire quando si trattava di filmarlo). Suonavo con le dita, senza il plettro, e aveva un orecchio incredibile, riusciva a intuire accordi e melodie con un solo ascolto. Quando attaccava un assolo elettrico faceva urlare la sua chitarra Blade ma se il mood era acustico allora arrivavano arpeggi celestiali o speditissimi, come imparato da Chet Atkins. Consultava gli I-Ching, odiava il calcio ma tifava Valentino Rossi peggio di uno hooligan. Leggeva, meditava, faceva tanto sport (anche quelli che un chitarrista non avrebbe mai dovuto fare: arti marziali e roccia). Non sopportava il Tg4 e le zanzare, gli piacevano il Tenente Colombo, il vino rosé e la sua Ducati (l’ultima è stata una Panigale R, in sostituzione di una Desmo 16), che ogni tanto sgasava impunemente in val d’Ossola. Dimenticava ovunque occhiali e cellulare e il colmo lo ha raggiunto la volta che siamo volati assieme a Mosca per un concerto. Dopo le prove Vic lamenta un dolore alla schiena da malato immaginario. Ipotizziamo massaggi, trattamenti osteopatici e altri possibili rimedi, finché il mio sguardo non cade sui suoi piedi. Non ci credo! ‘Sto disgraziato era partito dall’Italia indossando delle Nike diverse, con suole di altezza differente. Svelato l’arcano Vic, felicissimo, è corso ai grandi magazzini GUM sulla piazza Rossa a comprarsi un nuovo paio di sneakers fiammanti. Del resto collezionava scarpe peggio di Imelda Marcos.
Era un vanitoso (con un gusto sartoriale tutto suo), talvolta pasticcione, talvolta pignolo. Era anche consapevolmente logorroico e “tra l’altro” era la sua formula per allargare all’infinito ogni discorso. E ancora era idealistico e incoerente, sicurissimo fino al momento in cui non cambiava idea. Sapendolo e non potendo farci niente, perché era una persona vera, autentica, che non sapeva mentire, nel bene e nel male. Non si è mai piegato, non ha mai cercato compromessi, ha obbedito solo alla sua ispirazione. A Vic stava bene così, essere libero, come la sua arte, libera anche da etichette.
Il documentario che volevamo dedicargli alla fine non ha trovato committenti e intanto la musica liquida aveva ormai distrutto la vecchia discografia. Vic era passato dai 45 giri agli LP, dai Compact Disc a Spotify, e la sua storia, paradigmatica di un mondo che stava scomparendo, non interessava più a nessuno. Però quella che mi era sembrata una carriera senza la fortuna che meritava, oggi, a posteriori, la vedo in modo molto differente e mi pare che contino di più i risultati ottenuti - tantissimi, e non solo a livello italiano - di quelli che si poteva sognare di realizzare.
Del resto Vic è stato ambizioso, sì, ma mai abbastanza da dover accettare delle imposizioni: dopo una partenza fulmicotonica a neanche vent’anni, nel gotha del rock che contava, è come se poi avesse attuato una lenta ritirata dalle trappole e dalla fatica dello stardom, che può vincolare a una formula e diventare un obbligo. Non senza qualche legittima frustrazione, è ovvio, ma il successo di quest’uomo rimasto ragazzino fino ai settant’anni, era sì la musica che amava ma anche la vita felice con la moglie Carmen e il conforto di tantissimi amici, sparsi in tutto il mondo.
Vic Vergeat è sempre con noi ogni volta che ascoltiamo le canzoni meravigliose che ha scritto e ricordiamo la gioia che ci regalava quando imbracciava una chitarra e la faceva urlare. E non è roba da poco.
Questo articolo è la rivisitazione e l’aggiornamento di quello che avevo dedicato a Vic ormai 12 anni fa e pubblicato sulla webzine Carmilla On Line.






Grande Vic!