L'ultima nota, un bilancio e un arrivederci
Doveva essere una nota e poi è diventato qualcosa che non so
Questa doveva essere una nota ma poi ho pensato che il bilancio di un anno meritasse lo spazio di un articolo. A cose fatte (e scritte) ho concluso che non meritava né l’uno né l’altro spazio ma ormai il pezzo c’è e - se siete arrivati fin qui - ve lo cuccate così com’è, cari miei, e per il pezzone sull’Odissea vi tocca aspettare fino a settembre, forse.
Quando un anno fa ho cominciato a scrivere su Substack cercavo semplicemente un porto dove ormeggiare le mie cose: mi piace scrivere, è un modo per fissare le cose e ragionarci e fare pace col cervello e la condivisione (il tentativo di condivisione) è la maniera per rimanere in contatto coi vecchi amici e lettori. Mi sono imposto di esserci, ogni settimana, come esercizio di disciplina e di scrittura e per provare a coltivare una base di nuovi lettori, dopo le esperienze passate su periodici di carta e poi sulla webzine Carmilla. I primi due obiettivi - disciplina e scrittura - li ho raggiunti, destreggiandomi tra lavoro e impegni: ogni settimana ho dovuto capire cosa scrivere e poi farlo, correggere, tirare da gara il pezzo, non lasciare un filo di grasso, correggere di nuovo e ricorreggere ancora: non sono un natural da buona alla prima, riscrivo tutto tantissime volte. E non basta mai, maledizione! Ovviamente tutto secondo i miei standard, che a molti potranno risultare legittimamente discutibili.
In un anno ho prodotto una cinquantina di nuovi articoli e arriviamo così al terzo obiettivo che mi ero posto: coltivare una base di nuovi lettori. Substack ha una modalità crudele per certificare il tuo successo (o fallimento, dipende dai punti di vista): ti dice quanti lettori abbiano cincischiato su ogni tuo post. Ecco, a fronte di quasi 400 abbonati ho in media, ogni volta, intorno ai 300 lettori e giusto qualche commento. È un bene? Un male? È il gran suzzesso, come diceva Vasco di fronte a meno di cento spettatori una sera a Campi Bisenzio, all’alba degli anni Ottanta? E chi lo sa. Non è una gara (e contro chi, peraltro?), anche se così pochi lettori qualche dubbio dovrebbero farlo venire. Però per ora ho deciso di non pensarci: esticazzi, so chi sono loro, i lettori, e so chi sono io. M’importa fare numeri più alti? Sì, ma poi? Quale sarebbe il limite? Quando ci si accontenta? Come qualcuno mi aveva saggiamente avvertito questa piattaforma è semplicemente un deposito e non importa se un gran numero di lettori non è arrivato né arriverà: aveva ragione la Gianna! (Lei sa chi è, a voi non importa). Substack, nei casi come il mio, è come una mailing list privata. Mooolto privata! Ma tutto sommato, a me quelli che son su questa mia mailing list piacciono e mi stanno bene: va bene va bene così (proprio come cantava quel Vasco là).
Ogni volta che pubblico avverto una sensazione liberatoria: ah, che piacere! Una botta di endorfine. E poi il silenzio. Magari ricordate questa vignetta meravigliosa di Mafalda: il piccolo Manolito supera un tizio sovrappeso (…), esclama AH! e poi realizza: Ah cosa? Ecco: su Substack pubblichi e poi ti chiedi: AH COSA?, anche perché la vita di un articolo è brevissima, perlomeno quella dei miei che hanno i lettori concentrati nel primo giorno di pubblicazione e poi, puf, scompaiono. Alla fine la soddisfazione di questo esperimento durato un anno è nell’aver scritto cose di cui son contento e aver ritrovato alcune persone e averne conosciute altre ancora. Mi conforta (e mi abbatte) leggere pezzi meravigliosi, gratuiti, di autori con 30 abbonati: anche su Substack, purtroppo, non è la qualità che si traduce automaticamente in lettori. (E parlo di altri, non certo di me). Io ho deciso fin dall’inizio che i miei contributi sarebbero stati assolutamente liberi, senza impegno monetario, e forse questo non ne ha aiutato la diffusione, del resto perché Substack dovrebbe diffondere contenuti che non generano introiti? Avrei voluto imporre anche di non disturbare nessuno con quelle maledette mail di avviso che intasano le caselle della posta, ma questo non posso deciderlo io. Però voi sì e vi invito a farlo sicuramente con me, con gli altri vedetevela voi.
Ora devo capire cosa succederà in autunno: mi si prospetta un’annata tipo schiavo alle prese con la piramide di Cheope e temo che dovrò diradare molto gli interventi qui sopra. Sento già stridore di denti, urla belluine e pianti irrefrenabili (Irony Mode ON), ma non preoccupatevi: minacciare il ritiro come i Kiss (che dal Farewell Tour del 2000 hanno poi scassato la uallera per un altro quarto di secolo) è una mia specialità. In ogni caso, grazie per tutto il pesce: questo non è un addio, è più - credo - un arrivederci e ci sono buone possibilità di ritrovarci tutt* - in qualche maniera - a settembre!
Buone vacanze e ciao, bella gioia!
…
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Se non lo fai non ti sto neanche a dire cosa potrebbe capitarti, vedi tu.
E qui sotto trovi tutte le cose mie, pubblicate qui: va che roba!




Pure io ti leggo quasi sempre dalla mail, e spesso mi sembra di ritrovare quella piacevole sensazione che provavo quando, tra uno studio e il bar, si chiacchierava sui massimi sistemi del rock, qualche lustro fa… 😁 Se posso permettermi un suggerimento, non dare peso alla quantità di lettori e torna a settembre per noi affezionati. Il ne faut pas compter ses lecteurs, il faut les peser… Ciao buona estate!
Per me l'aspetto positivo è che ti incentiva a scrivere un certo tipo di cose che altrimenti resterebbero grezze in pagine di diario, se non pensieri solo pensati e non annotati. Ad ogni modo il ricordo di Valerio Evangelisti era meraviglioso, grazie. Non sempre chi legge si esprime come si meriterebbe chi ha scritto.